Entries tagged with “Curiosità”.
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mer 1 set 2010
Posted by pieru under Calabria
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Il nome della città di Catanzaro non è riconducibile con certezza ad uno o più fondatori, anche perché l’incrocio delle lingue e dei dialetti, nei secoli, induce a perplessità. Certo è che la parola "Catanzaro" appare – etimologicamente – come fusione di due etimi, non lasciando pensare invece ad un unico fondatore o ad una località.
Nei documenti storici troviamo la denominazione bizantina (X° sec.) "Catafioron" (più tardi anche quella latina "Catacium" ).
Altri studiosi formulano due teorie: l’una afferma che il nome, composito nasce da due alti esponenti della milizia greca, Katà e Zaro; l’altra invece, pur richiamandosi sempre all’etimo greco della parola e poiché l’antico nome della Fiumarella era Zaro, indica con Katà (oltre) e Zaro l’insediamento sorto al di là del fiume. Trattasi ovviamente di ipotesi che comunque non dimenticano, al di là della datazione certa sulla nascita di Catanzaro, il fatto che un antico quartiere del centro storico ha il nome, ancora oggi, di Grecia".
mer 21 lug 2010
Posted by pieru under Toscana
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D’origine medievale (appartenuta alle facoltose famiglie Quartigiani e Diversi), la Torre Civica di Lucca è uno dei posti più elevati da cui contemplare la città, aperta dal 1999 al pubblico dopo il laborioso restauro.
Nel 1390 fu fornita del primo orologio, su decisione del Consiglio di Lucca, costruito dall’artigiano lucchese Labruccio di Gilio Cerlotti: si trattava di un orologio senza quadrante che batteva i 24 rintocchi su una campana.
Un secolo dopo (la Torre delle Ore era diventata Torre Civica) furono aggiunte le ore evidenziate da una lancetta e nel 1746 fu deciso l’inserimento di un orologio più moderno, affidato alla realizzazione dell’insigne maestro ginevrino Louis Simon in collaborazione col lucchese Sigismondo Caturegli. Sul quadrante furono verniciati i 12 numeri romani e la lancetta fu sostituita da un’altra sagomata e con stella centrale. Anche le campane furono sostituite dal fonditore lucchese Stefano Filippi. Oggi è possibile ammirare i meccanismi dell’orologio dopo aver salito i 207 gradini che portano alla sommità della Torre Civica.
gio 17 set 2009
Posted by pieru under Lazio
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Curiosità di Roma
Lo scherzo di Pietro Caffarelli
L’Aracoeli è legata anche a un terribile scherzo che il principe don Pietro Caffarelli giocò alla fine del 1600 a dei poveri contadini che dormivano in gruppo ai piedi della gradinata. Il nobile, mentre i disgraziati riposavano, fece precipitare dall’alto della scalinata diverse botti piene di pietre. I villici furono travolti e si contarono numerosi feriti. Le autorità dell’epoca aprirono un’inchiesta e, con evidente senso di giustizia, stabilirono che la colpa era dei contadini perché con la loro presenza avevano disturbato il sonno del principe.
La scoperta della basilica neopitagorica
Durante i lavori per la sistemazione del terrapieno ferroviario, viene riportata alla luce la misteriosa basilica neopitagorica, la cui costruzione risale alla prima metà del I secolo dopo Cristo. Posto otto metri sotto l’attuale livello stradale, il luogo serviva ai fedeli di Pitagora prima, e a quelli di Mitra poi, per trovare l’equilibrio interiore e scoprire la profonda armonia della natura.
La scoperta della sorgente dell’Acqua Santa
Un bifolco, che conduceva al pascolo le sue bestie nei pressi della via Appia, si accorse con meraviglia che un rivo d’acqua del colore del sangue scorreva lì vicino. Raccapricciatosi, corse via. Il giorno seguente, tornato nello stesso luogo, trovò l’acqua che scorreva limpidissima. Vi immerse le sue mani affette dalla rogna, e queste guarirono spontaneamente, mentre l’acqua si tingeva nuovamente di color rosso. Subito diede notizia del portento. Col tempo, la fama dell’acqua santa divenne tale che anche i pontefici ne fecero uso.
Inaugurazione del "museo" dei precordi
La notorietà maggiore della chiesa è dovuta al fatto che dalla fine del Cinquecento fino al 1825, essendo stata parrocchia e comprendendo nella sua giurisdizione il palazzo del Quirinale, per oltre due secoli e mezzo, ha ospitata le esequie dei papa. Così, tranne poche eccezioni, accolse i precordi di ventidue pontefici, i cui nomi sono incisi su due grandi lapidi nell’abside. Prima dell’imbalsamazione gli organi della cavità toracica erano estratti e sigillati dentro un vaso, che il cappellano del defunto consegnava al parroco, il quale, impartita la benedizione, lo deponeva nella cappella sotterranea.
Consegna dei sussidi alle zitelle
Ogni 25 marzo, per la festa dell’Annunziata, si svolgeva nella chiesa la consegna dei sussidi dotali alle zitelle; vi presenziava il papa, che vi arrivava al termine di una solenne cavalcata con il seguito della corte, tenendo Cappella alla presenza della nobiltà romana. Terminata la Messa le fanciulle, completamente avvolte in un manto bianco a eccezione degli occhi, tanto che erano chiamate le "ammantate", venivano accompagnate singolarmente con un cero in mano davanti alla sedia del papa e ammesse al "bacio della pantofola", ricevendo la benedizione e la dote.
gio 5 mar 2009
Curiosità e personaggi di Ravenna
Francesca Da Polenta
Figura femminile resa immortale dalla letteratura, gode di una «una vita più salda e sicura e più reale» che non tutte le ravennati storiche realmente vissute che incontriamo e scopriamo in queste pagine. Francesca vive nell’immaginario collettivo e continua a far parlare di sé [...] Il suo mito è perenne [...] La fama di Francesca nasce dalle terzine dantesche. Nel primo cerchio dell’Inferno Francesca sfugge per un istante dalla rapina della bufera infernale e si fa incontro a Dante, sempre avvinghiata a Paolo in quel volo a due, indissolubile ed eterno. [...] Francesca e Franceschina è la figlia di Guido Minore Da Polenta, signore di Ravenna. Il nome della madre è ignoto, come pure l’anno di nascita, che si può collocare intorno al 1260. Risulta che ebbe una sorella più giovane, Samaritana, sulla quale è stato scritto un saggio da Corrado Ricci, e otto fratelli tra legittimi e bastardi. Probabilmente sposò Gianni Ciotto (Johannes Zoctus, cioè Giovanni Zoppo) Malatesta, signore di Rimini, tra il 1275-1282. Come risulta dal testamento di Malatesta da Verucchio, Francesca ebbe una figlia Concordia. Della storia di e amore e morte nulla è rimasto. Suo cognato Paolo Malatesta era sposato con Orabile Beatrice, contessa di Ghiagghiolo, dalla quale ebbe due figli. Si ipotizza che gli amanti furono uccisi dal marito tradito tra il 1283 e il 1286, quando Gianciotto convolò a nuovo nozze con la faentina Zambrasina di Tebaldello Zambrasi. Come si vede dunque la fonte storica è stata travolta dalle fonti letterarie. Proprio da questo si è sviluppato il mito Ottocentesco. [...] Ricordiamo in Italia Francesca tragica di Silvio Pellico e soprattutto la Francesca di Gabriele D’Annunzio, impersonata in scena da Eleonora Duse.
Lo stemma del Comune di Ravenna
Il testo è stato redatto a cura dell’Ufficio Stampa del Comune di Ravenna.
Della forma dello stemma della città di Ravenna precedente l’attuale e raffigurante Port’Aurea (la porta costruita nel 43 d.C. sotto l’imperatore Claudio, definitivamente demolita nel 1582) si hanno notizie sicure grazie a prove documentarie: – l’impronta a secco rinvenuta nel 1900 da Silvio Bernicoli in calce ad un atto pubblico dell’11 ottobre 1472 (Archivio Notarile Prt. 46 c. 210-211 settimo dei rogiti del notaio ravennate Martino Astoci); – il ritrovamento – ad opera di Corrado Ricci – del sigillo in bronzo del XV secolo della Comunità di Ravenna, sigillo consegnato – nel 1906 – al Museo Nazionale di Ravenna e del quale si è persa ogni traccia dopo il trafugamento avvenuto nel 1924. Gli elementi che maggiormente caratterizzano lo stemma attuale (due campi oro e rosso, contenenti due leoni – dell’un colore nell’altro – controrampanti e affrontati ad un pino verde fruttato d’oro, sradicato e posto nella partizione), così come recepiti ufficialmente dalla Giunta Permanente Araldica nel 1937, sembra possano farsi risalire nella loro combinazione ed uso, ad alcuni anni prima del passaggio dell’effettivo governo della città dalla Repubblica Veneziana alla Santa Sede avvenuto nel 1509. Sicuramente essi (colori compresi) appaiono in un documento del 25 agosto 1509 in principio dei capitoli per il governo della città di Ravenna da approvarsi da Papa Giulio II. Il colore e lo smalto dello stemma vigente (rosso e oro) già erano nello stemma dei Da Polenta, signori della città dalla metà del 1200 fino al 1441 quando essi furono sostituiti dai veneziani il cui stendardo recava gli stessi colori. [...] Gli elementi aggiuntivi specifici del periodo fascista, alla caduta di questo furono eliminati e, nel 1951, la Croce di guerra appesa con nastro sul decusse dei rami di quercia e alloro fu sostituita con la riproduzione della Medaglia d’Oro al Valor Militare concessa alla città di Ravenna per il suo operato nella Liberazione.
Statua di Guidarello Guidarelli
La statua di Guidarello Guidarelli è ora conservata nella Pinacoteca di Ravenna.
Nelle note di viaggio dello storico fiorentino Gino Chiapponi, alla statua di Guidarello Guidarelli vennero indirizzate le seguenti parole: "All’Accademia di Belle Arti di Ravenna è una statua giacente d’un guerriero morto, mirabile fra quante opere di scoltura io mi abbia veduto mai. Quella testa, a cui rimane tuttora come l’impressione della vita tolta violentemente, ha tale verità sublime che non ho parole per lodarla. V’è, direbbesi con frase romantica, la vita della morte". Da allora la lastra funebre del nobile cavaliere, scolpito da Tullio Lombardo nel 1525, continua a riscuotere fama pressoché internazionale, suscitando la curiosità e l’interesse degli studiosi, dei turisti, delle donne italiane e straniere e anche dei più giovani visitatori della Pinacoteca di Ravenna. Alimentato dalla leggenda popolare secondo cui "le donne nubili che baceranno Guidarello potranno sposarsi entro l’anno", l’alone di mistero, che per lungo tempo ha avvolto la scultura, si è mantenuto vivo fino ad oggi grazie alle guide ai diari redatti da numerosi viaggiatori europei in visita a Ravenna tra l’inizio dell’Ottocento e il primo Novecento e alle ricerche di storici dell’arte locali tra cui si ricordano in particolare Carlo Grigioni, Augusto Campana e Santi Muratori. [...] "In che cosa dunque consiste la maraviglia di questa statua?" si chiedeva Corrado Ricci. "Nel volto, che si può proclamare una delle più splendide opere della Rinascenza. Perché non è uno dei soliti volti ad occhi chiusi, ma il volto d’un uomo spentosi, mantenendo l’orma dell’angoscia che gli ha conturbata l’agonia".
Droctulft A pagina 278 del libro La poesia (Bari, 1942), Croce, riassumendo un testo latino dello storico Paolo Diacono, narra la sorte e cita l’epitaffio di Droctfult; ne fui singolarmente commosso, e in seguito compresi perché. Droctulft fu un guerriero longobardo che, durante l’assedio di Ravenna, abbandonò i suoi e morì difendendo la città che prima aveva attaccata. Gli abitanti di Ravenna gli dettero sepoltura in un tempio e composero un epitaffio nel quale espressero la loro gratitudine [...] Tale è la storia del destino di Droctulft, barbaro che morì difendendo Roma [...] Non so neppure in quale periodo sia accaduto il fatto: se a metà del sesto secolo, quando i longobardi devastarono le pianure italiane, o nell’ottavo, prima della resa di Ravenna. Immaginiamo (giacché questo non è un lavoro storico) che fosse il primo. [...] Veniva dalle selve inestricabili del cinghiale e dell’uro; era bianco, coraggioso, innocente, crudele, leale al suo capo e alla sua tribù, non all’universo. Le guerre lo portarono a Ravenna e là vede qualcosa che non ha mai vista, o che non ha vista pienamente. [...] Vede un insieme che è molteplice senza disordine; vede una città, un organismo fatto di statue, di templi, di giardini, di case, di gradini, di vasi, di capitelli, di spazi regolari e aperti. Nessuna di quelle opere, è vero, lo impressiona per la sua bellezza; lo toccano come oggi si toccherebbe un meccanismo complesso, il cui fine ignoriamo, ma nel cui disegno si scorgesse un’intelligenza immortale. [...] Bruscamente, lo acceca e lo trasforma questa rivelazione: la Città. Sa che in essa egli sarà un cane, un bambino, e che non potrà mai capirla, ma sa anche ch’essa vale più dei suoi dei e della fede giurata e di tutte le paludi della Germania. Droctulft abbandona i suoi e combatte per Ravenna. Muore, e sulla sua tomba incidono parole che non avrebbe mai comprese: Contempsit caros, dum nos amat ille, parentes, hanc patriam reputans esse, Ravenna, suam.
Marziale – Epigrammi
Marziale poeta dell’età dei Flavi (39-104) compose 15 libri di epigrammi. Le fonti scritte storiche e letterarie contenute nel volume "Vita e personaggi di Ravenna antica", sono riprodotte con testo originale e traduzione. Epigrammata III,56: Sit cisterna mihi quam vinea malo Ravennae, cum possim multo vendere pluris aquam. A Ravenna preferire avere una cisterna piuttosto che una vigna, dato che l’acqua potrei venderla ad un prezzo molto superiore. Epigrammata III,57: Callidus imposuit nuper mihi copo Ravennae: cum peterem mixtum, vendidit ille merum. A Ravenna di recente me l’ha fatta un furbacchione d’un oste: chiedevo vino annaffiato, me l’ha dato schietto. XIII,21: Mollis in aequorea quae crevit spina Ravenna non erit incultis gratior asparagis. La delicata spina che cresce nella marina Ravenna non sarà più gustosa degli asparagi selvatici.
Il Gruzzolo di via Luca Longhi
Mostra permanente inserita nel percorso espositivo del Museo Nazionale.
Nel 1957 vennero rinvenuti, in via Luca Longhi, i resti di un recipiente di terracotta contenente 665 monete. Il ritrovamento è composto di grossi e doppi grossi emessi tra la prima metà del XIII e la metà del XV secolo dalle zecche di Arezzo, Bologna, Merano, Mantova, Modena, Ferrara, Firenze, Reggio Emilia, Roma, Rimini, e da 8 ducati d’oro della zecca di Venezia.
lun 28 lug 2008
Le origini del nome della città
Le origine del nome non risultano del tutto chiare, ma è piacevole lasciar sbizzarrire la fantasia lungo le molteplici interpretazioni fin ora date. C’è chi vuole la città fondata da Comer Gallo, figlio di Giapeto e nipote di Noè, che 131 anni dopo il diluvio, ritenendo forse la vicinanza alle grandi masse d’acqua una tradizione di famiglia, si stabilì sulle rive del Lario; chi edificata da Como, figlio del troiano Antenore, o da una allegra compagnia devota al dio dei conviti, per l’appunto il dio Como.
Potrebbe, il condizionale è d’obbligo, anche derivare dall’ebraico "Comak" (altura, dal greco "Kome" (villaggio) o dal cimbro "Com" (guardia, protezione).
Il palio del Baradello
Il Palio nasce come rievocazione storica di un importante avvenimento storico dell’estate del 1159: Federico Barbarossa, dopo il felice esito dell’assedio di Milano, volle far visita alla città di Como che diede un contributo determinante al suo successo. L’accoglienza riservata all’Imperatore fu meravigliosa: feste, gare, tornei e suggestive cerimonie che ancora oggi vengono ricordate, sul finire dell’estate, con una cerimoniale tipico delle feste del Medioevo.
La puzzeta de la stria
La "puzzeta" era un piccola pozza d’acqua sorgiva che si trovava nei cortili. Questi specchi d’acqua hanno la caratteristica di non gelare mai nella notte di San Mattia (7 febbraio), ritenuta la più fredda dell’anno e questo dato ha ispirato una storia particolare: leggenda vuole che le streghe fossero solite riunirsi attorno a queste pozze per specchiarsi, in quanto per una sorta di incantesimo, queste rimandavano loro un’immagine giovane e bellissima; ma la notte di San Mattia il ghiaccio formatosi sull’acqua non consentiva loro di vedersi, così che una di queste, chiamate a sè le forze degli inferi fece sciogliere il ghiaccio e potè nuovamente specchiarsi. Ecco perchè la notte del 7 febbraio le "puzzete" non ghiacciano più.
La "fopa" galeotta
La "fopa" era lo stagno che esisteva nei cortili della Brianza contadina per l’abbeveramento degli animali. Durante l’inverno la "fopa" si ricopriva di ghiaccio, così che i giovani che avevano il compito , di buon mattino, di raccogliere l’acqua con i secchi per i bisogni della giornata, dovevano rompere lo strato ghiacciato. Questa operazione rivestiva particolare importanza per un giovanotto interessato ad una ragazza: quando il giovane avvistava la sua bella avvicinarsi alla pozza ghiacciata, la precedeva con passo lesto e con lo zoccolo infrangeva il ghiaccio, così che lei potesse agevolmente riempire il secchio: questo era il messaggio ufficiale alla comunità della loro intesa.
E proprio da qui nacque il ben noto…"rompere il ghiaccio"
lun 7 lug 2008
Il monumento equestre del Regisole, nella piazza del Duomo, fu per molto tempo uno degli emblemi di Pavia. Probabilmente, la statua proveniva da Ravenna e fu trafugata da re Liutprando. Nel 1315, durante l’egemonia di Matteo Visconti, il monumento fu abbattuto e trasportato a Milano, ma gli abitanti di Pavia riuscirono a rientrarne in possesso. Durante il sacco di Pavia a opera dei francesi, nel 1527, un giovane ravennate cercò di portare via la statua, ma fu fermato nella fuga presso Cremona da Francesco Sforza e il monumento venne riportato nell’atrio di San Siro. L’opera subì un altro colpo grave nel 1796, quando fu distrutto dai giacobini che lo consideravano uno dei simboli dell’antico regime aristocratico.
La statua che attualmente si trova in piazza del Duomo a Pavia è opera dello scultore Francesco Messina che la portò a termine nel 1937.
Non è chiara l’origine del nome. Sembra che il motivo risieda nel fatto che la statua era rivolta al sole e quindi veniva chiamata anche mirasole o radisole. Secondo Opicino de Canistris, la statua era fornita di un meccanismo che le permetteva di seguire il corso del sole.