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Federico II emanò un diploma per la fondazione dell’Aquila. Del documento originale non si ha nessuna traccia; le tre copie, invece, sono conservate nell’archivio municipale della Cattedrale e del Vescovado.

Il documento ha alimentato un forte contrasto di opinioni: al riguardo, alcuni sostengono, altri negano, la sua autenticità.
Un ampio contrasto di opinioni ha avuto per oggetto questo documento di cui alcuni sostengono, altri negano l’autenticità.

La città di Siracusa deve il suo nome alla vicina palude Sykara nel sec. VIII a. C., quando fu fondata dai Corinzi. Inizialmente costituitasi nell’isola di Ortigia, popolata fin dal sec. XIV a.C. da Siculi e Fenici, nel corso dei secoli la città cominciò ad espandersi nella terraferma.

Nei secoli VII e VI a.C. fondò le colonie di Akrai, Casmene e Camarina. Nel 485 fu conquistata da Gelone, tiranno di Gela, che vinse i Cartaginesi nel 480 a.C. ad Imera. Dal 479 a.C. al 467 a.C. Siracusa fu governata da Ierone, al quale successe Trasibulo. Sotto la sua tirannia, i Siracusani insorsero, dando vita ad un regime democratico.
Durante il sec. V a.C., Siracusa sconfisse gli Etruschi, i ribelli indigeni di Ducezio e gli Ateniesi, durante una battaglia navale. Per fronteggiare il pericolo cartaginese fu restaurata nuovamente la tirannia. In seguito alla distruzione di Selinunte e Agrigento, Dionigi stipulò la pace con i Cartaginesi nel sec. V a.C.. Nel secolo successivo Cartagine minacciò di nuovo Siracusa, tornata ad un regime democratico per merito del corinzio Timoleonte, tanto che la città chiese l’intervento di Pirro, re dell’Epiro. Egli riuscì a cacciare i Cartaginesi ma fu costretto ad allontanarsi dalla città nel 275 a.C. per il malcontento causato dal suo governo.

Nel corso dei secoli fu conquistata dai Romani, dai Goti, dai Bizantini, dagli Arabi e dai Normanni, dai Genovesi, dagli Svevi e dagli Aragonesi. I terremoti del 1542 e del 1693 la danneggiarono gravemente. Nel 1729 fu colpita dalla peste. Nel 1837, essendosi ribellata ai Borboni, perse il ruolo di capoluogo di provincia a favore di Noto e lo riacquistò solo nel 1865.

ChietiFin dall’epoca dei primi Re, le genti abruzzesi non ebbero rapporti pacifici con Roma. Se Tarquinio Prisco dovette scontrarsi con gli Equi, le mire espansionistiche dei suoi successori furono tenacemente ostacolate dalle alleanze federative stipulate dalle genti italiche. Nel tentativo di fondare uno Stato unitario lungo la costiera adriatica, furono soprattutto i Sanniti i più irriducibili avversari dei romani. A questi inflissero pesanti sconfitte, fra cui l’umiliazione delle "Forche Caudine".

Dopo alterne vicende, gli italici furono definitivamente sottomessi al termine della guerra sociale (91-98 a.C.). Con la pacificazione e la divisione in regioni dell’Italia voluta da Augusto, l’Abruzzo e il Molise diventarono la IV regione romana con il nome di "Sabina et Samnium".

La presenza romana nel territorio di Chieti si fece ben presto sentire: fu potenziata la viabilità e furono costruiti nuovi insediamenti, mentre le città esistenti furono arricchite con terme, anfiteatri e teatri, templi ed altre importanti opere pubbliche. Una grande importanza assunse il parziale prosciugamento del Fucino con la costruzione di un emissario artificiale che, iniziato nel 41 d.C. ad opera dell’imperatore Claudio, fu inaugurato nel 52 d.C. e svolse la sua opera fino al VI secolo.

La piazza di LuccaD’origine medievale (appartenuta alle facoltose famiglie Quartigiani e Diversi), la Torre Civica di Lucca è uno dei posti più elevati da cui contemplare la città, aperta dal 1999 al pubblico dopo il laborioso restauro.

Nel 1390 fu fornita del primo orologio, su decisione del Consiglio di Lucca, costruito dall’artigiano lucchese Labruccio di Gilio Cerlotti: si trattava di un orologio senza quadrante che batteva i 24 rintocchi su una campana.

Un secolo dopo (la Torre delle Ore era diventata Torre Civica) furono aggiunte le ore evidenziate da una lancetta e nel 1746 fu deciso l’inserimento di un orologio più moderno, affidato alla realizzazione dell’insigne maestro ginevrino Louis Simon in collaborazione col lucchese Sigismondo Caturegli. Sul quadrante furono verniciati i 12 numeri romani e la lancetta fu sostituita da un’altra sagomata e con stella centrale. Anche le campane furono sostituite dal fonditore lucchese Stefano Filippi. Oggi è possibile ammirare i meccanismi dell’orologio dopo aver salito i 207 gradini che portano alla sommità della Torre Civica.

Arena di VeronaL’avvento della dominazione franca impose a Verona un nuovo ruolo; divenne la residenza preferita del nuovo re Pipino, figlio di Carlomagno e centro delle grandi assemblee nelle quali è stato ammesso pure il clero, almeno nelle maggiori dignità (vescovi e abati) accanto agli amministaratori (conti e duchi).

Il pericolo degli Avari da una parte e quello proveniente dal Nord di Widukindo, imposero a Verona una nuova fisionomia di caposaldo militare. Due importanti documenti ci raccontano la Verona di epoca carolingia; il primo, un antichissimo documento (il Versus De Verona) ricorda l’Arena, che chiama labirinto, Piazza delle Erbe, il decumano e il cardo spaziosi, lastricati di pietre. Nel foro pure quadrato erano stati eretti quattro archi, uno su ciascun lato. La città ha poi un castrum munito di forti baluardi, unito alla città da ponti che hanno le pile di pietra adagiate sul greto del fiume.

Altro riferimento è all’antica strada consolare Postumia, che rendeva la città importante dal punto di vista strategico – commerciale. Il secondo documento è la "Iconografia Rateriana", in cui vengono ricordati l’Arena Minor (Teatro romano), il Palatium del tutto simile alle porte romane della città e un solo ponte sull’Adige detto marmoreus (Ponte Pietra); vengono pure menzionati l’horreum (magazzino dell’annona), un theatrum (l’Arena) e l’orfanum (probabile opera idraulica), che successivamente divenne organum e ancora oggi legato ad un toponimo: Santa Maria in Organo.

Quello che gli autori degli antichi documenti hanno voluto tramandarci è una città sontuosa, possente, imprendibile, magnificata dalla presenza del re Pipino che vi abita e, dopo di lui, da Dio, re invisibile.

TorinoAl termine della seconda guerra punica, libera dall’assedio cartaginese, Torino strinse un’alleanza con Roma per ragioni difensive.
Il villaggio venne riedificato e gli venne atttribuita la tipica pianta degli accampamenti militari romani. Rettangolare nelle sue linee generali, verso nord est alla confluenza tra Dora e Po doveva adattarsi al percorso sinuoso dei fiumi e all’acquitrino. A nord era delimitato dalle odierne via della Consolata e via Giulio; a est dai Giardini Reali e Palazzo Madama, via Accademia, via Santa Teresa; a sud da via Cernaia e corso Siccardi. Il perimetro totale era di 2960 metri, circa 50 volte più piccolo di quello attuale.

Le mura romane erano alte 7 metri e spesse 2. C’erano 4 porte: la Porta Palatina, la Decumana (ora compresa nell’edificio di Palazzo Madama), la Porta Marmorea (tra via San Tommaso e via Santa Teresa), la Porta Pretoria (tra via Garibaldi e via della Consolata). La città era tagliata dalle 2 vie tradizionali: la decumana (attuale via Garibaldi) e il cardo maximus, che univa la Porta Marmorea e la Porta Palatina.
Le vie erano strette, ma ben lastricate e fornite di fognature, le abitazioni erano perloppiù a un piano (solo ai patrizi era consentito edificare case su più piani) e un teatro all’aperto, di cui si osservano ancora le vestigia in via XX Settembre, consentiva la rappresentazione di spettacoli per feste e celebrazioni.

Sondrio La frana di Tresenda

A causa delle forti piogge di quei giorni, una parte dei terreni coltivati a vigneto franarono a valle provocando 18 morti nella piccola frazione di Tresenda.

L’albero della libertà

Le vicende di Sondrio e dell’intera Valtellina sono da sempre state tumultuose e segnate da lotte e annessioni a regni diversi. Con il trattato di Teglio, siglato agli inizi del Cinquecento, la città passa sotto il governo dei Grigioni dei quali diventa un importante centro di potere, ma, ben presto, la differenza di religione tra grigioni protestanti e valtellinesi cattolici si acuisce sempre più e sfocia in una vera e propria rivolta, il cui pretesto è rappresentato dall’uccisione dell’arciprete di Sondrio, Nicola Rusca nel 1620.
L’episodio è stato definito "il sacro macello" poiché costò la vita a oltre 400 tra funzionari retici e riformatori protestanti. In quegli anni, la città assunse un governo autonomo che resisterà in carica fino al 1639, anno in cui il Trattato di Milano sancisce il ritorno della sovranità grigione sull’intera valle. Per ben oltre un secolo le cose si mantengono quasi inalterate, ma alla fine del Settecento cominciano a diffondersi in tutto il Nord Italia le idee di fratellanza, uguaglianza e, soprattutto, libertà portate dalla rivoluzione francese. Al termine di un’assemblea tenutasi nella chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, il popolo di Sondrio scende in piazza e pianta l’albero della Libertà, simbolo concreto di ribellione al potere dei grigioni. Poco dopo, la Valtellina viene annessa alla Repubblica Cisalpina ed inserita nel Dipartimento dell’Adda e dell’Oglio.

La frana della Val di Pola

Il 17 luglio del 1987 su tutta la zona della Val di Pola cadono oltre 30 centimetri di pioggia, quasi un quarto di tutta l’acqua che precipita solitamente sull’intera valle nel corso di un anno. Con il passare dei giorni, le condizioni sembrano lentamente migliorare ma il mattino del 28 luglio, un’immensa frana di quaranta milioni di metri cubi di terra e rocce si stacca dalle cime del Redasco abbattendosi da un’altezza di circa duecento metri sui comuni di Morignone, Sant’Antonio, Aquilone , Foliano e Castellaccio San Martino e ricoprendo completamente l’intero fondo della valle.
Alla fine le vittime della spaventosa catastrofe i morti furono cinquantatré e millecinquecento i senzatetto.

CagliariCartoline d’epoca

Alcune sono eleganti, altre di fantasia, non mancano macchiette, viste sul mare e allegorie di vita cittadina. C’è un’intera città da scoprire attraverso le cartoline illustrate dei primi anni del ventesimo secolo. Anche a Cagliari nel 1898, come sempre in ritardo rispetto alla penisola, scoppia la passione per questo nuovo mezzo postale. Non ci sono più soltanto il telegrafo e le lettere, ora un messaggio può viaggiare insieme all’immagine della città. La cartolina con le sue illustrazioni colorate, va subito a ruba e una nuova moda impazza tra i collezionisti. A Cagliari i tipografi fanno a gara per produrre le migliori, però va a Pietro Valdès il merito di aver realizzato la prima serie, intitolata ‘Ricordo da Cagliari’. Questa esplosione commerciale, coinvolge pittori e fotografi che abbracciano questa nuova forma di espressione artistica. Le prime non sono ricavate dalle fotografie, ma hanno come punto di partenza le incisioni di giovani artisti locali come Felice Melis Marini che nel 1901 con la delicatezza e l’eleganza dello stile liberty, raffigura scene di innamorati. Famosa quella con ‘sa picciocca’ (la fidanzata) affacciata alla finestra e intenta ad ascoltare la voce dell’amato. Ai primi del novecento però le cartoline non illustrano solo immagini bucoliche, paesaggi o scene di vita quotidiana, come i pescatori o i ‘Piccioccus de crobi’, si immortalano anche avvenimenti storici come la visita di Cesare Battisti nel 1914, oppure le tragiche vicende dello sciopero generale del 1906 a Cagliari.

Idrovolanti a Cagliari

Il giorno prima il quotidiano locale gli aveva dedicato la prima pagina. Di bocca in bocca la notizia aveva fatto il giro della città e dalle otto del mattino del 26 maggio 1928, a Cagliari erano tutti col naso all’insù: scrutavano il cielo in attesa degli aeroplani. L’arrivo in formazione di sessantuno idrovolanti, che ammarando nello stagno di Santa Gilla, avrebbero sollevato spruzzi e scie d’acqua, aveva il sapore di un evento straordinario da non perdere. Infatti, era la prima volta al mondo che si riuniva un’imponente formazione aerea per compiere una crociera di addestramento nel Mediterraneo. Partenza da Orbetello e dopo una prima tappa a Cagliari avrebbe toccato Spagna, Francia e poi fatto rientro, dopo una traversata di 2800 chilometri, nella laguna toscana. Era stato Italo Balbo, nominato da Mussolini sottosegretario all’Aeronautica, l’ideatore di questa prova, utile a suo parere per realizzare una moderna ed efficiente aviazione. Dalle prime ore del giorno i cagliaritani erano andati all’assalto delle postazioni più panoramiche: il bastione di San Remy, Santa Croce, la passeggiata di Buoncammino, piazza d’Armi, persino la terrazza dell’Ospedale San Giovanni di Dio pullulava di camici bianchi: neppure medici e infermieri volevano perdere lo spettacolo. Altri si erano accalcati sui ponti della Scaffa, invece quelli provvisti di permesso potevano assistere vicino al palco delle autorità: il prefetto, il podestà e personaggi illustri accompagnati dalle immancabili signore imbellettate con pizzi, ori, piume e volant. Alle nove e quaranta con l’inconfondibile rombo dei motori i sessantuno "S 59 bis"rapidamente si avvicinarono e dopo un passaggio a bassa quota sulla città si prepararono alle operazioni d’ammaraggio. Era già spettacolare quel volo di uccelli meccanici ma poi visti dai bastioni della città, ancorati alle boe dello stagno, così silenziosi alla luce del tramonto, offrivano un’immagine che aveva il fascino dell’evento irripetibile.

Notizie sulla storia di Pesaro

La rocca Costanza       
La rocca Costanza di Pesaro è catalogabile come modello di "rocca di pianura" rinascimentale a pianta quadrata orientata sui quattro punti cardinali con torrioni cilindrici ai vertici, scarpati e spartiti da toro lapideo come le stesse cortine, ma parimenti mancanti d’apparati a sporgere, forse demoliti in epoca borgesca. La Rocca Costanza, con la sua indubbia prevalenza formale, si configura come il primo e più significativo manufatto fortificatorio marchigiano nell’ambito del tipo della rocca di pianura a quadrilatero con torrioni cilindrici angolari, che tanta fortuna avrà nello scacchiere Riario-sforzesco in Emilia Romagna e nelle Marche con l’epìgona rocca a Senigallia. Nonostante le ristrutturazioni e la perdita dell’originaria configurazione quattrocentesca, quella pesarese, anche per precocità, assume quindi una rilevanza tipologica di livello nazionale che, tramite i disegni di Leonardo, giungerà sino in Francia, a configurare il castello di Chambord presso Amboise, nel 1518.

Pesaro: piazza del popoloOrigine della città       
La moderna denominazione di Pesaro sembra derivare dal fiume che bagna la città presso la propria foce, l’odierno Foglia, che in epoca romana si chiamava Isaurum o Pisaurum o Pisaurus. Non mancano, come in tutti i casi di incertezza etimologica, supposizioni bizzarre come quella che collega la voce Pisaurum al fatto che in questa città i Galli "pesarono l’oro" tolto ai Romani dopo la famosissima spedizione del Brenno.

Palazzo Ducale       
Nel Palazzo Ducale, che ha visto susseguirsi il dominio di potenti famiglie come i Malatesta, Sforza e i Della Rovere, si sono celebrate con grande sfarzo le nozze tra Camilla D’Aragona e Costanzo Sforza.

L’antica via Flaminia        
La storica via Flaminia, fatta aprire da Caio Flaminio nell’anno 202 a.C., costituisce oggi, soprattutto nel tratto che attraversa la provincia di Pesaro, un autentico unicum per la presenza di ponti, tagli nella roccia, gallerie, lastricati, sostruzioni, chiavicotti, cippi stradali e iscrizioni. Un complesso di resti archeologici di eccezionale rilevanza costituitosi attraverso i secoli col sovrapporsi di stratificazioni e di interventi costruttivi vari. Già nei pressi di Pontericcioli, lungo un tracciato diverso da quello attuale, emergono numerose strutture romane, compresa una monumentale sostruzione in pietra grigia e, poco più avanti, il cosiddetto Ponte Grosso, a due arcate, separate da un piccolo frangiacque. Un secondo monumentale Ponte Grosso, sempre in comune di Cantiano, consente ancora oggi alla Flaminia di superare agevolmente il Burano tramite due arcate larghe circa 7 metri (23 piedi romani), con pilone centrale di 5.60 metri e frangiacque che ripete la struttura originaria di età augustea in pietra corniola, accuratamente tagliata in cave sul posto.

Pesaro       
Pesaro, capoluogo di provincia, con Urbino e porto delle Marche, sorge sulle coste del mare Adriatico, in un terreno piano e alluvionale, ora bonificato; essa si trova nella valle appenninica sulla sponda destra del fiume Foglia. Si compone di un centro antico, dove è possibile riconoscere la caratteristica impostazione a scacchiera della città romana e la successiva struttura rettangolare dei primi secoli del medioevo, e di una zona moderna che si allunga lungo la costa sia a nord che a sud. Nell’antichità, i Piceni furono i possessori di questa città e nel 194 a.C. divenne una colonia romana, chiamata Pisaurum, che deriva dal nome latino del fiume Foglia. Fu resa più forte nel periodo imperiale romano, quando si sviluppò anche come centro commerciale. Durante il periodo barbarico subì stragi e devastazioni. Con la donazione del re dei Franchi Pipino ebbe inizio la secolare appartenenza della città allo stato della chiesa. Nel X secolo raggiunse libertà comunale; successivamente la storia politica di Pesaro si unisce a quella dello Stato della Chiesa.

Palermo, piazza della vergogna

La piazza della vergogna

Nel 1573 a Palermo venne realizzata la Fontana Pretoria. Un ricco repertorio plastico di statue, che rappresentano divinità mitologiche, mostri, animali, delfini, arpie e sirene. Le palesi nudità delle figure e le strane specie animali esposte non mancarono di turbare l’animo dei cittadini che ribattezzarono questo luogo "Piazza della vergogna".

Il quartiere ebraico

Il quartiere ebraico era compreso tra il Ponticello, la via Candelai e la via del Giardinaccio (strade del centro storico di Palermo). Si formò a partire dal IX secolo dopo la conquista musulmana della Sicilia. Chiamato in arabo "Harat al Yahud" era composto da una serie di misere casupole poste ai margini del torrente Kemonia, e soggette per questo a frequenti alluvioni. Aveva il suo centro in una sinagoga. Gli ebrei vi restarono indisturbati per tutto il tempo che la Sicilia accolse serenamente i popoli di qualsiasi origine. Ma nel 1492 il fanatismo di re Ferdinando il Cattolico scacciò gli ebrei dalla Spagna e dalla Sicilia. I loro beni furono venduti e la sinagoga passò nelle mani della nobiltà locale.

Albergo dei Poveri

Era stato fondato nel 1733 con lo scopo di accogliere i poveri inabili e le giovani vagabonde ed orfane. Al piano terreno della costruzione che si trova in corso Calatafimi erano i servizi, i refettori, un pastificio ed un importante setificio. Al piano superiore vi erano i dormitori mentre al terzo piano alloggiavano le persone di servizio. Anessa all’albergo dei Poveri c’è una chiesa che nella facciata mostra l’inaridirsi delle forme settecentesche.