Archive for marzo, 2009

BolognaLa città dei portici

La città ha tanti portici quanti nessun’altra al mondo: trentacinque chilometri. Goethe ne parla nel suo ‘Viaggio in Italia’: "Sul far della sera mi sono finalmente appartato da questa antica città veneranda e dotta, da tutta questa folla che, sotto i suoi portici sparsi quasi per tutte le vie, può andare e venire al riparo dal sole e dalla pioggia…". Stendhal, invece, ha un’idea singolare: "Bologna presenta un aspetto deserto e tetro avendo portici sui due lati di tutte le strade. I portici dovrebbero essere da un solo lato come a Modena. Così sarà Parigi fra duecento anni….".

San Petronio, la chiesa incompiuta

La costruzione della chiesa di San Petronio, simbolo della città, fu decisa su iniziativa del Municipio il 26 febbraio del 1390, per celebrare la libertà di recente conquistata e la liberazione dei servi della gleba. Il 7 giugno dello stesso anno fu posta la prima pietra. Ma la chiesa, se si guarda la facciata, è rimasta incompiuta. Cosa è successo? Bologna, divenuta la seconda città degli Stati Pontifici, decise a un certo punto di portare la chiesa di San Petronio a proporzioni superiori a quelle di San Pietro a Roma. Ma il colpo non riuscì perché, nel ’500, il Cardinal Legato favorì la costruzione dell’Archiginnasio, a fianco, proprio laddove la chiesa avrebbe dovuto espandersi.

Bologna, la città delle torri

L’immagine più vistosamente antica di Bologna è data dalle torri. Nel primo Medioevo erano l’elemento principale delle fortificazioni. Molte torri a Bologna furono innalzate nei secoli XII e XIII dalle famiglie gentilizie delle due fazioni cittadine, i Geremei e i Lambertazzi, per combattersi tra loro. Ad un certo punto, alcune torri vennero costruite in consorzio, con impegni reciproci per conservarle e gettare ponti da torre a torre. Ma se uno dei comproprietari veniva punito, gli si demoliva una fetta di torre. Le due famose sono l’Asinelli e la Garisenda, pare costruite al principio del XII secolo come torri vedetta. Dapprima la Garisenda, il cui terreno cedette (oggi la torre è ancora pendente e un verso di Dante Alighieri è riportato su un lato: invita ad alzare il naso "sotto il chinato"), e poi l’Asinelli per sostituirla. Alta 97,20 metri, essa fu probabilmente iniziata nel 1109 e terminata nel 1119 da Gherardo Asinelli, nobile di parte ghibellina. Ma c’è chi sostiene che essa trae nome da una donna, Asenella, o da "torre snella…l’Asenella".

L’università più antica del mondo

Sono incerte le origini dell’Università di Bologna: il 1088 è accolto come data convenzionale per indicare il periodo in cui inizia a Bologna un insegnamento libero e indipendente dalle scuole ecclesiastiche. Lo Studio bolognese nasce dalle scuole private, municipali. Nelle iniziali scuole laiche, gli eruditi commentano il Corpus Juris di Giustiniano ponendovi accanto delle glosse. Irnerio è il più grande bolognese tra i glossatori. Accanto alla scuola giuridica si pone la scuola di arti liberali (dalla medicina alla grammatica). Alla base dello Studio stanno gli scolari, i quali ne sono i padroni-finanziatori poichè provvedono a pagare i professori.

Notizie sulla storia di Pesaro

La rocca Costanza       
La rocca Costanza di Pesaro è catalogabile come modello di "rocca di pianura" rinascimentale a pianta quadrata orientata sui quattro punti cardinali con torrioni cilindrici ai vertici, scarpati e spartiti da toro lapideo come le stesse cortine, ma parimenti mancanti d’apparati a sporgere, forse demoliti in epoca borgesca. La Rocca Costanza, con la sua indubbia prevalenza formale, si configura come il primo e più significativo manufatto fortificatorio marchigiano nell’ambito del tipo della rocca di pianura a quadrilatero con torrioni cilindrici angolari, che tanta fortuna avrà nello scacchiere Riario-sforzesco in Emilia Romagna e nelle Marche con l’epìgona rocca a Senigallia. Nonostante le ristrutturazioni e la perdita dell’originaria configurazione quattrocentesca, quella pesarese, anche per precocità, assume quindi una rilevanza tipologica di livello nazionale che, tramite i disegni di Leonardo, giungerà sino in Francia, a configurare il castello di Chambord presso Amboise, nel 1518.

Pesaro: piazza del popoloOrigine della città       
La moderna denominazione di Pesaro sembra derivare dal fiume che bagna la città presso la propria foce, l’odierno Foglia, che in epoca romana si chiamava Isaurum o Pisaurum o Pisaurus. Non mancano, come in tutti i casi di incertezza etimologica, supposizioni bizzarre come quella che collega la voce Pisaurum al fatto che in questa città i Galli "pesarono l’oro" tolto ai Romani dopo la famosissima spedizione del Brenno.

Palazzo Ducale       
Nel Palazzo Ducale, che ha visto susseguirsi il dominio di potenti famiglie come i Malatesta, Sforza e i Della Rovere, si sono celebrate con grande sfarzo le nozze tra Camilla D’Aragona e Costanzo Sforza.

L’antica via Flaminia        
La storica via Flaminia, fatta aprire da Caio Flaminio nell’anno 202 a.C., costituisce oggi, soprattutto nel tratto che attraversa la provincia di Pesaro, un autentico unicum per la presenza di ponti, tagli nella roccia, gallerie, lastricati, sostruzioni, chiavicotti, cippi stradali e iscrizioni. Un complesso di resti archeologici di eccezionale rilevanza costituitosi attraverso i secoli col sovrapporsi di stratificazioni e di interventi costruttivi vari. Già nei pressi di Pontericcioli, lungo un tracciato diverso da quello attuale, emergono numerose strutture romane, compresa una monumentale sostruzione in pietra grigia e, poco più avanti, il cosiddetto Ponte Grosso, a due arcate, separate da un piccolo frangiacque. Un secondo monumentale Ponte Grosso, sempre in comune di Cantiano, consente ancora oggi alla Flaminia di superare agevolmente il Burano tramite due arcate larghe circa 7 metri (23 piedi romani), con pilone centrale di 5.60 metri e frangiacque che ripete la struttura originaria di età augustea in pietra corniola, accuratamente tagliata in cave sul posto.

Pesaro       
Pesaro, capoluogo di provincia, con Urbino e porto delle Marche, sorge sulle coste del mare Adriatico, in un terreno piano e alluvionale, ora bonificato; essa si trova nella valle appenninica sulla sponda destra del fiume Foglia. Si compone di un centro antico, dove è possibile riconoscere la caratteristica impostazione a scacchiera della città romana e la successiva struttura rettangolare dei primi secoli del medioevo, e di una zona moderna che si allunga lungo la costa sia a nord che a sud. Nell’antichità, i Piceni furono i possessori di questa città e nel 194 a.C. divenne una colonia romana, chiamata Pisaurum, che deriva dal nome latino del fiume Foglia. Fu resa più forte nel periodo imperiale romano, quando si sviluppò anche come centro commerciale. Durante il periodo barbarico subì stragi e devastazioni. Con la donazione del re dei Franchi Pipino ebbe inizio la secolare appartenenza della città allo stato della chiesa. Nel X secolo raggiunse libertà comunale; successivamente la storia politica di Pesaro si unisce a quella dello Stato della Chiesa.

Piazza del popolo RavennaCuriosità e personaggi di Ravenna

Francesca Da Polenta
Figura femminile resa immortale dalla letteratura, gode di una «una vita più salda e sicura e più reale» che non tutte le ravennati storiche realmente vissute che incontriamo e scopriamo in queste pagine.  Francesca vive nell’immaginario collettivo e continua a far parlare di sé [...] Il suo mito è perenne [...]  La fama di Francesca nasce dalle terzine dantesche. Nel primo cerchio dell’Inferno Francesca sfugge per un istante dalla rapina della bufera infernale e si fa incontro a Dante, sempre avvinghiata a Paolo in quel volo a due, indissolubile ed eterno. [...] Francesca e Franceschina è la figlia di Guido Minore Da Polenta, signore di Ravenna. Il nome della madre è ignoto, come pure l’anno di nascita, che si può collocare intorno al 1260. Risulta che ebbe una sorella più giovane, Samaritana, sulla quale è stato scritto un saggio da Corrado Ricci, e otto fratelli tra legittimi e bastardi. Probabilmente sposò Gianni Ciotto (Johannes Zoctus, cioè Giovanni Zoppo) Malatesta, signore di Rimini, tra il 1275-1282. Come risulta dal testamento di Malatesta da Verucchio, Francesca ebbe una figlia Concordia. Della storia di e amore e morte nulla è rimasto. Suo cognato Paolo Malatesta era sposato con Orabile Beatrice, contessa di Ghiagghiolo, dalla quale ebbe due figli. Si ipotizza che gli amanti furono uccisi dal marito tradito tra il 1283 e il 1286, quando Gianciotto convolò a nuovo nozze con la faentina Zambrasina di Tebaldello Zambrasi.  Come si vede dunque la fonte storica è stata travolta dalle fonti letterarie. Proprio da questo si è sviluppato il mito Ottocentesco. [...] Ricordiamo in Italia Francesca tragica di Silvio Pellico e soprattutto la Francesca di Gabriele D’Annunzio, impersonata in scena da Eleonora Duse.

Lo stemma del Comune di Ravenna
Il testo è stato redatto a cura dell’Ufficio Stampa del Comune di Ravenna.
Della forma dello stemma della città di Ravenna precedente l’attuale e raffigurante Port’Aurea (la porta costruita nel 43 d.C. sotto l’imperatore Claudio, definitivamente demolita nel 1582) si hanno notizie sicure grazie a prove documentarie:  – l’impronta a secco rinvenuta nel 1900 da Silvio Bernicoli in calce ad un atto pubblico dell’11 ottobre 1472 (Archivio Notarile Prt. 46 c. 210-211 settimo dei rogiti del notaio ravennate Martino Astoci);  – il ritrovamento – ad opera di Corrado Ricci – del sigillo in bronzo del XV secolo della Comunità di Ravenna, sigillo consegnato – nel 1906 – al Museo Nazionale di Ravenna e del quale si è persa ogni traccia dopo il trafugamento avvenuto nel 1924.  Gli elementi che maggiormente caratterizzano lo stemma attuale (due campi oro e rosso, contenenti due leoni – dell’un colore nell’altro – controrampanti e affrontati ad un pino verde fruttato d’oro, sradicato e posto nella partizione), così come recepiti ufficialmente dalla Giunta Permanente Araldica nel 1937, sembra possano farsi risalire nella loro combinazione ed uso, ad alcuni anni prima del passaggio dell’effettivo governo della città dalla Repubblica Veneziana alla Santa Sede avvenuto nel 1509. Sicuramente essi (colori compresi) appaiono in un documento del 25 agosto 1509 in principio dei capitoli per il governo della città di Ravenna da approvarsi da Papa Giulio II. Il colore e lo smalto dello stemma vigente (rosso e oro) già erano nello stemma dei Da Polenta, signori della città dalla metà del 1200 fino al 1441 quando essi furono sostituiti dai veneziani il cui stendardo recava gli stessi colori. [...] Gli elementi aggiuntivi specifici del periodo fascista, alla caduta di questo furono eliminati e, nel 1951, la Croce di guerra appesa con nastro sul decusse dei rami di quercia e alloro fu sostituita con la riproduzione della Medaglia d’Oro al Valor Militare concessa alla città di Ravenna per il suo operato nella Liberazione.

Statua di Guidarello Guidarelli
La statua di Guidarello Guidarelli è ora conservata nella Pinacoteca di Ravenna.   
Nelle note di viaggio dello storico fiorentino Gino Chiapponi, alla statua di Guidarello Guidarelli vennero indirizzate le seguenti parole: "All’Accademia di Belle Arti di Ravenna è una statua giacente d’un guerriero morto, mirabile fra quante opere di scoltura io mi abbia veduto mai. Quella testa, a cui rimane tuttora come l’impressione della vita tolta violentemente, ha tale verità sublime che non ho parole per lodarla. V’è, direbbesi con frase romantica, la vita della morte".  Da allora la lastra funebre del nobile cavaliere, scolpito da Tullio Lombardo nel 1525, continua a riscuotere fama pressoché internazionale, suscitando la curiosità e l’interesse degli studiosi, dei turisti, delle donne italiane e straniere e anche dei più giovani visitatori della Pinacoteca di Ravenna. Alimentato dalla leggenda popolare secondo cui "le donne nubili che baceranno Guidarello potranno sposarsi entro l’anno", l’alone di mistero, che per lungo tempo ha avvolto la scultura, si è mantenuto vivo fino ad oggi grazie alle guide ai diari redatti da numerosi viaggiatori europei in visita a Ravenna tra l’inizio dell’Ottocento e il primo Novecento e alle ricerche di storici dell’arte locali tra cui si ricordano in particolare Carlo Grigioni, Augusto Campana e Santi Muratori. [...]  "In che cosa dunque consiste la maraviglia di questa statua?" si chiedeva Corrado Ricci. "Nel volto, che si può proclamare una delle più splendide opere della Rinascenza. Perché non è uno dei soliti volti ad occhi chiusi, ma il volto d’un uomo spentosi, mantenendo l’orma dell’angoscia che gli ha conturbata l’agonia".
Droctulft         A pagina 278 del libro La poesia (Bari, 1942), Croce, riassumendo un testo latino dello storico Paolo Diacono, narra la sorte e cita l’epitaffio di Droctfult; ne fui singolarmente commosso, e in seguito compresi perché. Droctulft fu un guerriero longobardo che, durante l’assedio di Ravenna, abbandonò i suoi e morì difendendo la città che prima aveva attaccata. Gli abitanti di Ravenna gli dettero sepoltura in un tempio e composero un epitaffio nel quale espressero la loro gratitudine [...]  Tale è la storia del destino di Droctulft, barbaro che morì difendendo Roma [...] Non so neppure in quale periodo sia accaduto il fatto: se a metà del sesto secolo, quando i longobardi devastarono le pianure italiane, o nell’ottavo, prima della resa di Ravenna. Immaginiamo (giacché questo non è un lavoro storico) che fosse il primo. [...]  Veniva dalle selve inestricabili del cinghiale e dell’uro; era bianco, coraggioso, innocente, crudele, leale al suo capo e alla sua tribù, non all’universo. Le guerre lo portarono a Ravenna e là vede qualcosa che non ha mai vista, o che non ha vista pienamente. [...] Vede un insieme che è molteplice senza disordine; vede una città, un organismo fatto di statue, di templi, di giardini, di case, di gradini, di vasi, di capitelli, di spazi regolari e aperti. Nessuna di quelle opere, è vero, lo impressiona per la sua bellezza; lo toccano come oggi si toccherebbe un meccanismo complesso, il cui fine ignoriamo, ma nel cui disegno si scorgesse un’intelligenza immortale. [...] Bruscamente, lo acceca e lo trasforma questa rivelazione: la Città. Sa che in essa egli sarà un cane, un bambino, e che non potrà mai capirla, ma sa anche ch’essa vale più dei suoi dei e della fede giurata e di tutte le paludi della Germania. Droctulft abbandona i suoi e combatte per Ravenna. Muore, e sulla sua tomba incidono parole che non avrebbe mai comprese:  Contempsit caros, dum nos amat ille, parentes, hanc patriam reputans esse, Ravenna, suam.

Marziale – Epigrammi
Marziale poeta dell’età dei Flavi (39-104) compose 15 libri di epigrammi. Le fonti scritte storiche e letterarie contenute nel volume "Vita e personaggi di Ravenna antica", sono riprodotte con testo originale e traduzione.    Epigrammata  III,56: Sit cisterna mihi quam vinea malo Ravennae,  cum possim multo vendere pluris aquam.  A Ravenna preferire avere una cisterna piuttosto che una vigna, dato che l’acqua potrei venderla ad un prezzo molto superiore.   Epigrammata  III,57: Callidus imposuit nuper mihi copo Ravennae:  cum peterem mixtum, vendidit ille merum.  A Ravenna di recente me l’ha fatta un furbacchione d’un oste: chiedevo vino annaffiato, me l’ha dato schietto.   XIII,21: Mollis in aequorea quae crevit spina Ravenna  non erit incultis gratior asparagis.  La delicata spina che cresce nella marina Ravenna non sarà più gustosa degli asparagi selvatici.

Il Gruzzolo di via Luca Longhi   
Mostra permanente inserita nel percorso espositivo del Museo Nazionale.   
Nel 1957 vennero rinvenuti, in via Luca Longhi, i resti di un recipiente di terracotta contenente 665 monete. Il ritrovamento è composto di grossi e doppi grossi emessi tra la prima metà del XIII e la metà del XV secolo dalle zecche di Arezzo, Bologna, Merano, Mantova, Modena, Ferrara, Firenze, Reggio Emilia, Roma, Rimini, e da 8 ducati d’oro della zecca di Venezia.