Emilia Romagna


Parma per noiParma e la musica: il mito di Verdi

"Il 27 gennaio(1901) muore a Milano il nostro grande Giuseppe Verdi. Era nato a Roncole di Busseto il 10 ottobre 1813 da povera famiglia e in ambiente culturale molto povero. Con la tenacia tipica dei contadini della bassa, con il suo genio, si è fatto quasi da solo uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi. Risibile ci appare oggi il giudizio della commissione milanese davanti alla quale si era presentato nel 1832 per l’ammissione a quel Conservatorio: "Non sa suonare il cembalo, non imparerà mai; riuscirà mediocre…". (…)Durante i moti del Risorgimeno il suo nome era diventato il simbolo dell’unità italiana. "Viva Verdi" si scriveva sui muri delle casee si gridava ad ogni occasione, nei teatri, nelle radunanze, sempre. E si voleva significare: "Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia". Il 20 aprile 1872 aveva curato al Teatro Regio la prima rappresentazione italiana dell’Aida, una delle sue opere più amata dai parmigiani".

La nascita dell’Ospedale Vecchio

Alla fine del XII secolo Parma vede un momento di grandi cambiamenti urbanistici(spesso conseguenti a calamità naturali)che portarono il comune ad un allargamento: "A governare questa città diventata grande c’è il Comune che assicura l’amministrazione della giustizia, la tutela dell’ordine pubblico, la polizia mortuaria, l’uso delle strade e delle acque pubbliche, la vendita del sale proveniente da Salsomaggiore. Agli ospedali non ci si pensa ancora; i ricchi si curano a casa, i povri fanno prima a morire. A costoro ci pensa nel 1201 Rodolfo Tanzi che fonda un ospedale nell’Oltretorrente in un edificio con tanti portici che esiste ancora in via d’Azeglio. Prima i calzolai, ma poi certamente anche le altre corporazioni di artigiani, versano a quest’ospedale dei contributi, acquistandosi il diritto di essere ricoverati in caso di malattia. (…) L’ospedale di Rodolfo Tanzi diventerà più tardi ospedale pubblico e tale rimarrà fino alla costruzione del nuovo complesso ospedaliero di via Gramsci".

BolognaLa città dei portici

La città ha tanti portici quanti nessun’altra al mondo: trentacinque chilometri. Goethe ne parla nel suo ‘Viaggio in Italia’: "Sul far della sera mi sono finalmente appartato da questa antica città veneranda e dotta, da tutta questa folla che, sotto i suoi portici sparsi quasi per tutte le vie, può andare e venire al riparo dal sole e dalla pioggia…". Stendhal, invece, ha un’idea singolare: "Bologna presenta un aspetto deserto e tetro avendo portici sui due lati di tutte le strade. I portici dovrebbero essere da un solo lato come a Modena. Così sarà Parigi fra duecento anni….".

San Petronio, la chiesa incompiuta

La costruzione della chiesa di San Petronio, simbolo della città, fu decisa su iniziativa del Municipio il 26 febbraio del 1390, per celebrare la libertà di recente conquistata e la liberazione dei servi della gleba. Il 7 giugno dello stesso anno fu posta la prima pietra. Ma la chiesa, se si guarda la facciata, è rimasta incompiuta. Cosa è successo? Bologna, divenuta la seconda città degli Stati Pontifici, decise a un certo punto di portare la chiesa di San Petronio a proporzioni superiori a quelle di San Pietro a Roma. Ma il colpo non riuscì perché, nel ’500, il Cardinal Legato favorì la costruzione dell’Archiginnasio, a fianco, proprio laddove la chiesa avrebbe dovuto espandersi.

Bologna, la città delle torri

L’immagine più vistosamente antica di Bologna è data dalle torri. Nel primo Medioevo erano l’elemento principale delle fortificazioni. Molte torri a Bologna furono innalzate nei secoli XII e XIII dalle famiglie gentilizie delle due fazioni cittadine, i Geremei e i Lambertazzi, per combattersi tra loro. Ad un certo punto, alcune torri vennero costruite in consorzio, con impegni reciproci per conservarle e gettare ponti da torre a torre. Ma se uno dei comproprietari veniva punito, gli si demoliva una fetta di torre. Le due famose sono l’Asinelli e la Garisenda, pare costruite al principio del XII secolo come torri vedetta. Dapprima la Garisenda, il cui terreno cedette (oggi la torre è ancora pendente e un verso di Dante Alighieri è riportato su un lato: invita ad alzare il naso "sotto il chinato"), e poi l’Asinelli per sostituirla. Alta 97,20 metri, essa fu probabilmente iniziata nel 1109 e terminata nel 1119 da Gherardo Asinelli, nobile di parte ghibellina. Ma c’è chi sostiene che essa trae nome da una donna, Asenella, o da "torre snella…l’Asenella".

L’università più antica del mondo

Sono incerte le origini dell’Università di Bologna: il 1088 è accolto come data convenzionale per indicare il periodo in cui inizia a Bologna un insegnamento libero e indipendente dalle scuole ecclesiastiche. Lo Studio bolognese nasce dalle scuole private, municipali. Nelle iniziali scuole laiche, gli eruditi commentano il Corpus Juris di Giustiniano ponendovi accanto delle glosse. Irnerio è il più grande bolognese tra i glossatori. Accanto alla scuola giuridica si pone la scuola di arti liberali (dalla medicina alla grammatica). Alla base dello Studio stanno gli scolari, i quali ne sono i padroni-finanziatori poichè provvedono a pagare i professori.

Piazza del popolo RavennaCuriosità e personaggi di Ravenna

Francesca Da Polenta
Figura femminile resa immortale dalla letteratura, gode di una «una vita più salda e sicura e più reale» che non tutte le ravennati storiche realmente vissute che incontriamo e scopriamo in queste pagine.  Francesca vive nell’immaginario collettivo e continua a far parlare di sé [...] Il suo mito è perenne [...]  La fama di Francesca nasce dalle terzine dantesche. Nel primo cerchio dell’Inferno Francesca sfugge per un istante dalla rapina della bufera infernale e si fa incontro a Dante, sempre avvinghiata a Paolo in quel volo a due, indissolubile ed eterno. [...] Francesca e Franceschina è la figlia di Guido Minore Da Polenta, signore di Ravenna. Il nome della madre è ignoto, come pure l’anno di nascita, che si può collocare intorno al 1260. Risulta che ebbe una sorella più giovane, Samaritana, sulla quale è stato scritto un saggio da Corrado Ricci, e otto fratelli tra legittimi e bastardi. Probabilmente sposò Gianni Ciotto (Johannes Zoctus, cioè Giovanni Zoppo) Malatesta, signore di Rimini, tra il 1275-1282. Come risulta dal testamento di Malatesta da Verucchio, Francesca ebbe una figlia Concordia. Della storia di e amore e morte nulla è rimasto. Suo cognato Paolo Malatesta era sposato con Orabile Beatrice, contessa di Ghiagghiolo, dalla quale ebbe due figli. Si ipotizza che gli amanti furono uccisi dal marito tradito tra il 1283 e il 1286, quando Gianciotto convolò a nuovo nozze con la faentina Zambrasina di Tebaldello Zambrasi.  Come si vede dunque la fonte storica è stata travolta dalle fonti letterarie. Proprio da questo si è sviluppato il mito Ottocentesco. [...] Ricordiamo in Italia Francesca tragica di Silvio Pellico e soprattutto la Francesca di Gabriele D’Annunzio, impersonata in scena da Eleonora Duse.

Lo stemma del Comune di Ravenna
Il testo è stato redatto a cura dell’Ufficio Stampa del Comune di Ravenna.
Della forma dello stemma della città di Ravenna precedente l’attuale e raffigurante Port’Aurea (la porta costruita nel 43 d.C. sotto l’imperatore Claudio, definitivamente demolita nel 1582) si hanno notizie sicure grazie a prove documentarie:  – l’impronta a secco rinvenuta nel 1900 da Silvio Bernicoli in calce ad un atto pubblico dell’11 ottobre 1472 (Archivio Notarile Prt. 46 c. 210-211 settimo dei rogiti del notaio ravennate Martino Astoci);  – il ritrovamento – ad opera di Corrado Ricci – del sigillo in bronzo del XV secolo della Comunità di Ravenna, sigillo consegnato – nel 1906 – al Museo Nazionale di Ravenna e del quale si è persa ogni traccia dopo il trafugamento avvenuto nel 1924.  Gli elementi che maggiormente caratterizzano lo stemma attuale (due campi oro e rosso, contenenti due leoni – dell’un colore nell’altro – controrampanti e affrontati ad un pino verde fruttato d’oro, sradicato e posto nella partizione), così come recepiti ufficialmente dalla Giunta Permanente Araldica nel 1937, sembra possano farsi risalire nella loro combinazione ed uso, ad alcuni anni prima del passaggio dell’effettivo governo della città dalla Repubblica Veneziana alla Santa Sede avvenuto nel 1509. Sicuramente essi (colori compresi) appaiono in un documento del 25 agosto 1509 in principio dei capitoli per il governo della città di Ravenna da approvarsi da Papa Giulio II. Il colore e lo smalto dello stemma vigente (rosso e oro) già erano nello stemma dei Da Polenta, signori della città dalla metà del 1200 fino al 1441 quando essi furono sostituiti dai veneziani il cui stendardo recava gli stessi colori. [...] Gli elementi aggiuntivi specifici del periodo fascista, alla caduta di questo furono eliminati e, nel 1951, la Croce di guerra appesa con nastro sul decusse dei rami di quercia e alloro fu sostituita con la riproduzione della Medaglia d’Oro al Valor Militare concessa alla città di Ravenna per il suo operato nella Liberazione.

Statua di Guidarello Guidarelli
La statua di Guidarello Guidarelli è ora conservata nella Pinacoteca di Ravenna.   
Nelle note di viaggio dello storico fiorentino Gino Chiapponi, alla statua di Guidarello Guidarelli vennero indirizzate le seguenti parole: "All’Accademia di Belle Arti di Ravenna è una statua giacente d’un guerriero morto, mirabile fra quante opere di scoltura io mi abbia veduto mai. Quella testa, a cui rimane tuttora come l’impressione della vita tolta violentemente, ha tale verità sublime che non ho parole per lodarla. V’è, direbbesi con frase romantica, la vita della morte".  Da allora la lastra funebre del nobile cavaliere, scolpito da Tullio Lombardo nel 1525, continua a riscuotere fama pressoché internazionale, suscitando la curiosità e l’interesse degli studiosi, dei turisti, delle donne italiane e straniere e anche dei più giovani visitatori della Pinacoteca di Ravenna. Alimentato dalla leggenda popolare secondo cui "le donne nubili che baceranno Guidarello potranno sposarsi entro l’anno", l’alone di mistero, che per lungo tempo ha avvolto la scultura, si è mantenuto vivo fino ad oggi grazie alle guide ai diari redatti da numerosi viaggiatori europei in visita a Ravenna tra l’inizio dell’Ottocento e il primo Novecento e alle ricerche di storici dell’arte locali tra cui si ricordano in particolare Carlo Grigioni, Augusto Campana e Santi Muratori. [...]  "In che cosa dunque consiste la maraviglia di questa statua?" si chiedeva Corrado Ricci. "Nel volto, che si può proclamare una delle più splendide opere della Rinascenza. Perché non è uno dei soliti volti ad occhi chiusi, ma il volto d’un uomo spentosi, mantenendo l’orma dell’angoscia che gli ha conturbata l’agonia".
Droctulft         A pagina 278 del libro La poesia (Bari, 1942), Croce, riassumendo un testo latino dello storico Paolo Diacono, narra la sorte e cita l’epitaffio di Droctfult; ne fui singolarmente commosso, e in seguito compresi perché. Droctulft fu un guerriero longobardo che, durante l’assedio di Ravenna, abbandonò i suoi e morì difendendo la città che prima aveva attaccata. Gli abitanti di Ravenna gli dettero sepoltura in un tempio e composero un epitaffio nel quale espressero la loro gratitudine [...]  Tale è la storia del destino di Droctulft, barbaro che morì difendendo Roma [...] Non so neppure in quale periodo sia accaduto il fatto: se a metà del sesto secolo, quando i longobardi devastarono le pianure italiane, o nell’ottavo, prima della resa di Ravenna. Immaginiamo (giacché questo non è un lavoro storico) che fosse il primo. [...]  Veniva dalle selve inestricabili del cinghiale e dell’uro; era bianco, coraggioso, innocente, crudele, leale al suo capo e alla sua tribù, non all’universo. Le guerre lo portarono a Ravenna e là vede qualcosa che non ha mai vista, o che non ha vista pienamente. [...] Vede un insieme che è molteplice senza disordine; vede una città, un organismo fatto di statue, di templi, di giardini, di case, di gradini, di vasi, di capitelli, di spazi regolari e aperti. Nessuna di quelle opere, è vero, lo impressiona per la sua bellezza; lo toccano come oggi si toccherebbe un meccanismo complesso, il cui fine ignoriamo, ma nel cui disegno si scorgesse un’intelligenza immortale. [...] Bruscamente, lo acceca e lo trasforma questa rivelazione: la Città. Sa che in essa egli sarà un cane, un bambino, e che non potrà mai capirla, ma sa anche ch’essa vale più dei suoi dei e della fede giurata e di tutte le paludi della Germania. Droctulft abbandona i suoi e combatte per Ravenna. Muore, e sulla sua tomba incidono parole che non avrebbe mai comprese:  Contempsit caros, dum nos amat ille, parentes, hanc patriam reputans esse, Ravenna, suam.

Marziale – Epigrammi
Marziale poeta dell’età dei Flavi (39-104) compose 15 libri di epigrammi. Le fonti scritte storiche e letterarie contenute nel volume "Vita e personaggi di Ravenna antica", sono riprodotte con testo originale e traduzione.    Epigrammata  III,56: Sit cisterna mihi quam vinea malo Ravennae,  cum possim multo vendere pluris aquam.  A Ravenna preferire avere una cisterna piuttosto che una vigna, dato che l’acqua potrei venderla ad un prezzo molto superiore.   Epigrammata  III,57: Callidus imposuit nuper mihi copo Ravennae:  cum peterem mixtum, vendidit ille merum.  A Ravenna di recente me l’ha fatta un furbacchione d’un oste: chiedevo vino annaffiato, me l’ha dato schietto.   XIII,21: Mollis in aequorea quae crevit spina Ravenna  non erit incultis gratior asparagis.  La delicata spina che cresce nella marina Ravenna non sarà più gustosa degli asparagi selvatici.

Il Gruzzolo di via Luca Longhi   
Mostra permanente inserita nel percorso espositivo del Museo Nazionale.   
Nel 1957 vennero rinvenuti, in via Luca Longhi, i resti di un recipiente di terracotta contenente 665 monete. Il ritrovamento è composto di grossi e doppi grossi emessi tra la prima metà del XIII e la metà del XV secolo dalle zecche di Arezzo, Bologna, Merano, Mantova, Modena, Ferrara, Firenze, Reggio Emilia, Roma, Rimini, e da 8 ducati d’oro della zecca di Venezia.

Nilde Iotti
Leonilde Iotti nacque a Reggio Emilia nel 1920 in una famiglia antifascista. Il padre, ferroviere antifascista, non si oppose al fatto che alla piccola Nilde fosse impartita un’educazione anche religiosa. Terminati gli studi liceali Nilde Iotti si recò a studiare all’Università Cattolica di Padre Agostino Gemelli a Milano dove, dopo l’incontrò con professori come Amintore Fanfani, maturò un ancora più profondo spirito antifascista.  Una volta laureatasi intraprese la carriera dell’insegnamento e durante i mesi della guerra partigiana partecipò attivamente alla Resistenza senza mai, però, abbandonare la sua professione di insegnante. Nell’immediato dopoguerra, dopo una esperienza come consigliere comunale comunista a Reggio Emilia, venne candidata dal Partito Comunista Italiano all’Assemblea Costituente dove, eletta con 15.936 voti di preferenza, entra a far parte della Commissione dei 75 presieduta dal demolaburista Meuccio Ruini e contribuisce alla stesura della nostra Costituzione repubblicana. Con la vita parlamentare sviluppa anche la sua vita privata (la tormentata relazione con il leader di Botteghe Oscure, Palmiro Togliatti, conosciuto in un fatale e "galeotto" incontro in un ascensore di Montecitorio e con cui convisse e fu vicino fino alla morte del segretario comunista avvenuta nel 1964) e quella di partito, divenendo, in breve tempo, uno dei più importanti e stimati esponenti politici di tutto il panorama dei partiti politici italiani.  La sua carriere politica e parlamentare si sviluppa tutta tra i banchi di Montecitorio dove viene eletta ininterrottamente dal 1946 al 1996 e in cui rimarrà seduta fino al 1999. In un clima di unanime cordoglio è morta pochi giorni dopo essersi dimessa da deputato per malattia il 4 dicembre del 1999.

Reggio EmiliOrietta Berti
Orietta Galimberti, è nata a Cavriago (Re) nel 1945.  I primi passi nel mondo della musica li compie interpretando le canzoni di Suor Sorriso, nel 1964. Il successo lo raggiunge nel 1965, con il brano "Tu sei quello" vincendo il concorso "Un disco per l’estate".  Partecipa a unidici edizioni di Sanremo e a dieci edizioni del disco per l’estate.  Tra i suoi maggiori successi: Fin che barca va, Non illuderti mai, Tipitipiti, Ah l’amore che cos’è, La balena.

Iva Zanicchi
Iva Zanicchi nasce a Vaglie di Ligonchio in provincia di Reggio Emilia il 18 gennaio del 1940. La sua carriera di cantante ha inizio nel 1960 a Collagna, vicino al suo paese natale, dove partecipa come concorrente a "Campanile sera". Ma il suo trampolino di lancio è il festival per voci nuove di Castrocaro, dove approda due anni dopo, classificandosi terza. II suo primo singolo si intitola "6 ore". Ma il primo vero successo è un classico di Bert Russel, Cry to me, che Iva rende famoso in Italia con il titolo di "Come ti vorrei"; siamo nel 1964. Nel 1967 conquista la prima vittoria al Festival di Sanremo con "Non pensare a me" in coppia con Claudio Villa. Il festival di Sanremo si rivela per lei una fonte inesauribile di soddisfazioni: lo vince ancora nel 1969 con "Zingara", in coppia con Bobby Solo, e nel 1974 con "Ciao cara come stai", conquistando un primato invidiabile: è l’unica donna che vince per ben tre volte il Festival della canzone italiana. Nel marzo del ’69 partecipa a Madrid all’Eurofestival, con la canzone "Due grosse lacrime bianche", diventando così popolare in tutta Europa: a Parigi è protagonista di uno spettacolo all’Olympia, al quale seguono tournée negli Stati Uniti, in Canada, in Sudamerica, in Giappone, in Australia e addirittura in Russia. In Italia è l’unica cantante che viene invitata a tenere un concerto al Regio di Parma, tempio della lirica. Uno dei suoi album più belli è sicuramente "Caro Theodorakis…Iva" del ’70 che vende più di un milione e mezzo di copie. Nell’83 si presenta rinnovata nel look alla Mostra della canzone di Riva del Garda con "Aria di luna" e nel 1984 torna a Sanremo con "Chi mi darà", con cui si classifica al nono posto. Nel 1985 prende il via la "seconda vita", quella televisiva, di Iva che vanta numerose presenze nella televisione italiana. Nel marzo 2001 esce il suo primo libro: la storia franca e ironica delle sue radici.

RiminiLo stemma della città
Lo stemma della città di Rimini è diviso verticalmente in due parti: a sinistra l’Arco di Augusto su campo argenteo, a cavalcioni del ponte di Tiberio, che sguazza in un mare mosso; nella parte di destra invece una croce rossa e argentea che campeggia su uno sfondo anch’esso rosso. Il compito di creare uno stemma per la città di Rimini fu affidato dal Podestà a Carlo Lucchesi, direttore della Biblioteca Gambalunghiana. Costui dopo una lunga ricerca storica e iconografica decise di porre sullo stemma i due famosi monumenti, l’arco e il ponte, che ricordano a Rimini del suo passato romano. Per quanto riguarda la croce, essa è acquisizione più tarda. Nel 1509 dopo la cacciata dei Malatesti, Giulio II concesse a Rimini di fregiarsi di una "croce doppia, bianca e rossa", che sono ancor oggi i colori cittadini.

Il Re delle bisce
Era l’anno 1619 e don Claudio esercitava tranquillamente il suo mandato in una parrocchia della diocesi di Rimini. Da qualche giorno però il sacerdote era un po’ turbato: gli capitava infatti spesso di imbattersi in orribili bisce nere e non riusciva a capire da dove provenissero tutte quelle bestiacce. Alla fine di marzo, don Claudio chiamò alcuni operai per sistemare il pavimento sconnesso della sua abitazione. Profondo il disgusto degli uomini quando, sollevando le travi di legno, scoprirono migliaia di orribili bisce nere annidate nelle intercapedini della casa. Ci volle un’intera mattinata e più di un uomo per ammazzarle tutte: i rettili infatti, colti alla sprovvista, saltavano e si ferivano l’un l’altro. Alla fine furono tutti sepolti in una fossa comune poco distante dall’abitazione. La notte della strage, nei dintorni della fossa, fu visto aggirarsi un terribile mostro con le fattezze di serpente che lanciava fischi raggelanti. Chi era questo mostro? E’ il Basilisco dei Greci, il Regolo dei Romani e il Rebiscio del folclore romagnolo, insomma, il Re delle Bisce, citato anche da Aristotele e descritto da Plinio come un enorme serpente con una corona in testa. Si racconta che il suo alito sia letale e il suo aspetto orribile, al punto che basterebbe farlo specchiare per ucciderlo sul colpo. Il nostro Re delle bisce invece fu ammazzato con una fucilata dal nipote di don Claudio e finì nella fossa con i suoi ex sudditi.

Le streghe
Che a Rimini ci fossero le streghe lo diceva anche Orazio: un quartetto di fattucchiere intorno all’ormai classico pentolone dei sortilegi avrebbero ucciso un bimbo dopo atroci torture. Fra queste donne Orazio cita ‘la riminese Foglia / dalla maschil lussuria’ forse alludendo alle tendenze saffiche della nostra strega. Ma la strega Foglia è un personaggio più mitico che reale, anche se nell’Ottocento Domenico Missiroli di Faenza, mediocre poeta sepolcrale, canta le gesta di questa strega ambientando la vicenda presso il "fiume Isauro, oggigiorno detto Foglia", fra Rimini e Pesaro .  Storicamente attestata invece è l’esistenza dell’altra strega di Rimini, detta ‘la Vaccarina’. Costei era una vecchia di povera condizione della quale tale Matteo Angelini, barbiere, in data 15 aprile 1587 scrive: "La Vaccarina, vecchia, fu abbrugiata per strega". La testimonianza è alquanto stringata: forse, all’epoca della caccia alle streghe, le vecchie arse al rogo non rappresentavano un fatto degno di nota. Specie se, come a Rimini in quei mesi, la popolazione era stremata dalle carestie e dalle epidemie e cercava un capro espiatorio da incolpare per le proprie sofferenze. Certo è che il sacrificio della Vaccarina non dev’essere rimasto nel cuore dei suoi concittadini, se la sua memoria è affidata solo a questa misera annotazione…

Il tesoro scomparso dei Templari
Sappiamo che Rimini fu in passato una città molto ricca, porto commerciale estremamente attivo e snodo di vie di comunicazione molto importanti. E nel Duecento Rimini ospitava anche una delle sedi dell’ordine dei Templari. Com’è noto, i Fratelli facevano voto di povertà e tesaurizzavano le rendite dei loro immensi possedimenti fino all’ultimo soldo. Nella sola Francia i possedimenti dell’ordine dei Templari in un anno fruttavano all’epoca qualcosa come un migliaio di miliardi di lire attuali. I Templari di Rimini avevano la loro sede presso la Chiesa di San Michele al Foro, che fu distrutta nel 1307 quando Filippo il Bello, con una repentina azione militare, distrusse il Tempio e confiscò parte delle proprietà dei Fratelli; parte fu incamerata dallla Chiesa: ma il grosso del denaro e dei gioielli non fu mai ritrovato e da allora ci si chiede dove possa essere finito. Per chi volesse avventurarsi alla ricerca del tesoro scomparso, ammesso che sia mai esistito, della Chiesa di San Michele al Foro esiste ancor oggi l’abside, presso la via omonima. Oppure si potrebbe provare a Gambettola, dove sorgeva l’ospedale di Budrio, che era propretà dei Templari. Oppure in qualche grotta scavata nel tufo rosso di Covignano, chi lo sa!

La piada
La ricetta comunemente accettata per la piada prevede un impasto solido di farina, strutto, sale e un pizzico di bicarbonato da stendere e cuocere poi sul ‘testo’ (una lastra di pietra), con l’accortezza di punzecchiarla con una forchetta e di rigirarla spesso. La piada va mangiata calda e farcita con prosciutto, formaggio, verdure cotte e quant’altro. Ma quali sono le origini di questa prelibatezza? A dire la verità, come impasto di cereali cotto su una lastra di pietra, l’origine della piada può essere fatta risalire al neolitico. In epoca più recente, le prime notizie della piada sono datate al XIV secolo e fino al XIX secolo la piada è sempre stata considerata dai commentatori come un cibo povero, quasi miserabile, che si prestava al consumo di ingredienti vili come le ghiande macinate che non sarebbe stato possibile far lievitare. Insomma la forma era le stessa, ma l’attuale piada è sicuramente una versione nobile di quella che veniva consumata per necessità dalle classi sociali più povere. Si pensa che la piada abbia avuto un boom nel secolo scorso con la diffusione del mais, dato che i romagnoli non hanno mai avuto in gran simpatia la polenta e, non potendo farci il pane, si adattavano a plasmare il frumentone in spianate che venivano poi cotte al forno. Le piade di fior di farina decantate dal Pascoli quindi sono cosa recente.

I bagni e i ristoranti nell’Ottocento
L’inaugurazione del primo Stabilimento Bagni a Rimini risale al 1843: in quel periodo però non esisteva ancora un adeguato servizio di ristorazione per chi si recava a trascorrere una giornata in spiaggia, o meglio, i ristoranti c’erano ma forse non erano all’altezza di chi era solito recarsi ai bagni con cuochi e servitori al seguito. A quei tempi le trattorie di Rimini offrivano solitamente menù abbondanti, piatti succulenti e saporiti, ma gli ambienti si presentavano semplici e talvolta non troppo più puliti; gli annunci pubblicitari decantavano ‘ottima cucina’ a ‘prezzi modici’, ma nessun accenno alla qualità dei vini o al servizio. Per questo i ricchi proprietari dei ‘villini’, frequentatori dei bagni, disdegnavano la pubblica ristorazione, preferendo farsi cucinare i soliti manicaretti dai fidati cuochi che si portavano da casa. Comunque di ristoranti o caffè aggregati al primo Stabilimento Bagni non si hanno notizie fino a una trentina d’anni dopo la sua apertura. Il secondo stabilimento bagni, il Kursaal, riservava invece una grande sala a sinistra dell’atrio per un ‘grande esercizio ristorante’, funzionante già dal 1872. Il locale offriva una discreta varietà di piatti a prezzi ragionevolissimi: erano previsti ‘menù turistici’ ma anche piatti più raffinati, come il caviale, per i più esigenti.

Santa Innocenza        
Le notizie che abbiamo sui primi cristiani si confondono con la leggenda ma la tradizione vuole che le persecuzioni dell’imperatore Diocleziano abbiano fatto molti martiri qui a Rimini, specie nella zona di Lagomaggio, fuori Porta Romana, dove la tradizione vuole fossero portati a termine i supplizi. La più famosa di questi martiri è Santa Innocenza, il cui culto sembra molto antico, anche se la sua storia è piena di incongruenze e anacronismi. La leggenda narra che Diocleziano, giunto a Rimini nell’anno 300, convocò una folla di cristiani fra i quali, per bellezza, si distingueva la quindicenne Innocenza. L’imperatore si dimostrò molto interessato alla giovane, che respinse il sovrano proclamando orgogliosamente la sua fede. Diocleziano provò a farla cedere con la tortura e alla fine ripartì. Le concesse però tre giorni per pensare al suo destino, allo scadere dei quali fece inviare degli uomini a sentire cosa la giovane avesse deciso. I soldati la trovarono immersa nella preghiera e la trafissero con una lancia: era il 16 Settembre, data in cui ancor oggi si ricorda il suo martirio. Si narra che Innocenza, copatrona di Rimini, sia stata sepolta insieme a molti altri martiri nella zona sepolcrale di Lagomaggio.