Sondrio

Sondrio La frana di Tresenda

A causa delle forti piogge di quei giorni, una parte dei terreni coltivati a vigneto franarono a valle provocando 18 morti nella piccola frazione di Tresenda.

L’albero della libertà

Le vicende di Sondrio e dell’intera Valtellina sono da sempre state tumultuose e segnate da lotte e annessioni a regni diversi. Con il trattato di Teglio, siglato agli inizi del Cinquecento, la città passa sotto il governo dei Grigioni dei quali diventa un importante centro di potere, ma, ben presto, la differenza di religione tra grigioni protestanti e valtellinesi cattolici si acuisce sempre più e sfocia in una vera e propria rivolta, il cui pretesto è rappresentato dall’uccisione dell’arciprete di Sondrio, Nicola Rusca nel 1620.
L’episodio è stato definito "il sacro macello" poiché costò la vita a oltre 400 tra funzionari retici e riformatori protestanti. In quegli anni, la città assunse un governo autonomo che resisterà in carica fino al 1639, anno in cui il Trattato di Milano sancisce il ritorno della sovranità grigione sull’intera valle. Per ben oltre un secolo le cose si mantengono quasi inalterate, ma alla fine del Settecento cominciano a diffondersi in tutto il Nord Italia le idee di fratellanza, uguaglianza e, soprattutto, libertà portate dalla rivoluzione francese. Al termine di un’assemblea tenutasi nella chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, il popolo di Sondrio scende in piazza e pianta l’albero della Libertà, simbolo concreto di ribellione al potere dei grigioni. Poco dopo, la Valtellina viene annessa alla Repubblica Cisalpina ed inserita nel Dipartimento dell’Adda e dell’Oglio.

La frana della Val di Pola

Il 17 luglio del 1987 su tutta la zona della Val di Pola cadono oltre 30 centimetri di pioggia, quasi un quarto di tutta l’acqua che precipita solitamente sull’intera valle nel corso di un anno. Con il passare dei giorni, le condizioni sembrano lentamente migliorare ma il mattino del 28 luglio, un’immensa frana di quaranta milioni di metri cubi di terra e rocce si stacca dalle cime del Redasco abbattendosi da un’altezza di circa duecento metri sui comuni di Morignone, Sant’Antonio, Aquilone , Foliano e Castellaccio San Martino e ricoprendo completamente l’intero fondo della valle.
Alla fine le vittime della spaventosa catastrofe i morti furono cinquantatré e millecinquecento i senzatetto.

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