La pieve di Santo Stefano, poi Duomo e Cattedrale, sorge nell’area che nel XI secolo vide la fusione del primo nucleo cittadino, Borgo al Cornio, con il contiguo Pratum, che diviene così Castrum Prati.
Cuore religioso e civile della cittadina, la piazza si è ingrandita nel corso dei secoli in funzione della cattedrale, ricostruita nel X secolo ma risalente addirittura al VI. La struttura romanico-gotica della fabbrica mostra una equilibrata unità di forme e volumi nonostante i successivi interventi, la facciata, realizzata tra il 1385 e il 1457 da Lorenzo di Filippo, alterna una bicromia di paramenti in pietra chiara albarese e marmo verde di Prato (serpentino), aprendosi con un portale ogivale del 1413 la cui lunetta ospita la maiolica di Andrea della Robbia raffigurante la Madonna col Bambino e i Santi Stefano e Lorenzo. Sul lato destro risalta il bellissimo pulpito esterno a nido di Donatello e Michelozzo (1438), per l’ostensione della Sacra Cintola, mentre il campanile a torre del Guidetto (1356) fa d’appoggio al blocco in albarese del transetto gotico a cappelle (1368) di Talenti e Ghini, che ospita affreschi di Paolo Uccello (Natività della Vergine) e Filippo Lippi (Banchetto di Erode).

La pianta romanica a tre navate, oltre ad esaltare il transetto, racchiude il pulpito del XV secolo di Mino da Fiesole e del Rossellino e il rinascimentale tabernacolo dei fratelli da Maiano. L’ultima campata è occupata dalla Cappella del Sacro Cingolo (1386-139O) del di Filippo, che racchiude la reliquia mariana, la cui leggenda è narrata nel ciclo d’affreschi di Agnolo Gaddi (1392-1395).

In seguito ai frequenti scambi commerciali che avvenivano nel porto, si era formato nelle sue vicinanze un vero e proprio mercato annuale che, verso la fine del XII secolo, inizia a comparire nei documenti col nome di San Michele. E’ dunque nel porto e nell’antico mercato di Treviso, sorti sulla sponda sinistra del Sile, che si devono vedere gli albori della storia di Sant’Ambrogio di Fiera. (…) Le principali caratteristiche dell’ambiente erano quelle stesse che più o meno ancor oggi si possono osservare: vicinanza alla città, fertilità del terreno, ricchezza di vegetazione e abbondanza di acque che potevano essere sfruttate come forza motrice per mulini e frantoi.

Venezia per noiLa costruzione di un primo Palazzo Ducale, di un palazzo, cioè, sede del doge non può non essere posteriore, sia pure soltanto di qualche anno (come è presumibile), al trasferimento da Malamocco a Venezia della sede del Governo, voluto da Agnello Partecipazio agli inizi del secolo IX per rendere la sede stessa più difendibile dai nemici che venivano dal mare.
Niente, però, è dato di sapere di questa prima costruzione, anche se si può presumere che sia stata eretta, vicino alla preesistente piccola chiesa di San Teodoro. 

Nel 976 andò a fuoco in seguito alla sommossa contro Pietro Candiano IV e fu ricostruito così bene, da avere gli elogi di Ottone III. Nel 1105 la caduta di un fulmine causò notevoli danni all’edificio tanto che si dovette ricostruirlo suscitando questa volta l’ammirazione da parte di Enrico V che ne fu ospite nel 1116.
Nella seconda metà del secolo XII Sebastiano Ziani, eletto doge nel 1172, ne decise l’ampliamento e la costruzione prese la stessa planimetria di quello che vediamo oggi.
E’ pensabile che questa nuova costruzione sia stata più castello che palazzo; che avesse, cioè, torri e particolari sistemi di difesa. Nel 1177 vi fu ospite Federico Barbarossa in occasione della sua venuta a Venezia per la riconciliazione con Alessandro III.

Questa gara tra natanti deriva dall’usanza storica della Serenissima, di organizzare simili competizioni in occasione delle visite di regnanti stranieri o ambasciatori, oppure per festeggiare qualche avvenimento storico.
Con un decreto del 1315 si stabilì che una regata annuale fosse programmata per la "Festa delle Marie": per l’evento tutti i palazzi sul Canal Grande venivano addobbati sfarzosamente, mentre i veneziani scendevano in massa per strada ad ammirare la regata e il corteo che la precedeva. Questo consisteva in una sontuosissima sfilata delle "bissone", particolari imbarcazioni riccamente ornate, di proprietà dei nobili, e del Bucintoro, la grande barca ufficiale del doge. Nella competizione vera e propria, invece, si sfidavano varie classi di natanti, con equipaggi da 12 a 8 rematori, fino ai "batelini", che ne avevano solo 2. Il percorso andava da Sant’Elena, per tutto il Canal Grande, fino al "paletto", dove i competitori giravano e tornavano alla giuria, sistemata su un ricco palco galleggiante; la vincita era in denaro. Questa tradizione si rinnova ogni anno, virtualmente immutata nelle forme, nel pomeriggio della prima domenica di settembre.

Una famiglia Dal Cappello risiedeva all’attuale numero 23 della omonima via di Verona, nella bella casa di impianto medievale che è oggi sede del museo Casa di Giulietta. Nella chiave di volta dell’arco intero che dalla via immette nel cortile dell’edificio, troviamo infatti l’emblema che ne conferma la proprietà, con il cappello scolpito a rilievo nel marmo, mentre nel suo insieme casa e cortile si presentano pesantemente modificati dal susseguirsi nei secoli di vari interventi conservativi e di restauro. L’edificio, forse già in età tardomedievale, fu adibito a "stallo", cioè a luogo di scambi commerciali o destinato all’ospitalità dei forestieri (hospitium a Cappello). Vari interventi di riadattamento furono compiuti a partire dall’acquisizione da parte del Comune del fabbricato (1907), ridotto all’epoca in condizione di forte degrado.
I lavori di restauro che portarono l’edificio esterno al suo attuale aspetto furono realizzati intorno al 1940 dall’allora direttore dei Musei Civici, Antonio Avena; vi furono così aggiunti elementi in stile romanico e gotico di varia provenienza, perseguendo un’idea ancora romantica di Medioevo, che comportò tra l’altro alcune incongruenze anacronistiche, come l’inserimento di finestre trilobate. Lo stesso celeberrimo balcone, forse in origine parte di un sarcofago, venne in quell’occasione integrato nelle parti laterali e collocato al primo piano della Casa di Giulietta, non potendo certo mancare un elemento così essenziale della leggenda. L’intervento di Avena, spesso incurante delle norme teoriche e tecniche del restauro, si dimostrò piuttosto incline a seguire, anche negli allestimenti interni, suggestioni derivanti dalle scenografie hollywoodiane del film girato da George Cukor nel 1936.

La tradizione della "Rua" si inserisce in quella ancora più ampia dei festeggiamenti per il Corpus Domini, che nacquero a Vicenza da una delibera del Consiglio comunale nel 1389. Intenzione del Consiglio era quella di dare un’opportunità alle varie arti e corporazioni della città di farsi vedere e di sfilare in pompa magna per le strade del centro: tutte dovevano partecipare al corteo con le loro insegne, che per contenere il simbolo dell’arte o l’immagine del santo protettore avevano una forma piramidale, più o meno alta. Da queste insegne sembra abbia poi preso origine la stessa "Rua".

La rua era una specie di trofeo di legno, formato da una struttura verticale altissima (nell’ultima versione raggiungeva i 24 metri) a cui erano appese decorazioni, stemmi e pennacchi vari, che prendeva il nome da una ruota inserita dentro un arco sotteso allo stesso trofeo; ruota che durante la processione, nel giorno del Corpus Domini, veniva fatta girare da alcuni bambini in costume. Altri personaggi facevano parte della rappresentazione: fanti armati, col compito di sorvegliare la "Rua", un fanciullo scortato da due paggetti, ("il penelo"), legato in cima allo stemma della città, con il compito di sventolare una bandiera rossa con il solo scopo di suscitare l’allegria e il desiderio di emulazione in chiunque lo osservasse.
Dalla fine dell’ottocento la "Rua" venne fatta sfilare l’8 di settembre (festa della Madonna di Monte Berico), fino a che la tradizione iniziò a perdere valore ed a sparire definitamente con l’avvento delle due guerre mondiali.

Cremona webNasce a Cremona il 15 maggio 1567. Viene avviato, giovanissimo, alle lezioni del primo musicista di Cremona e a soli 10 anni era già nel coro della cattedrale di Cremona. A 15 anni, Monteverdi esordisce come compositore con 23 mottetti sacri a tre voci a cui fa seguito, una raccolta di Canzonette a tre voci. A Venezia, nel 1587 Monteverdi pubblica il Primo Libro de Madrigali a cinque voci e nel 1590 il Secondo Libro de Madrigali.
Nel 1590 Monteverdi viene chiamato a far parte dell’orchestra di corte dei Gonzaga come suonatore di viola. Nel 1592 dava alle stampe il suo Terzo Libro de Madrigali dedicato al duca Vincenzo I Gonzaga. Quando nel 1601 il Pallavicino, maestro di cappella, morì, Claudio Monteverdi diviene "maestro de la camera et de la chiesa sopra la musica". Nel 1603 pubblica il suo Quarto Libro de Madrigali e nel 1605 il Quinto. E’ datata 1607 una delle sue più grandi composizioni l’Orfeo prima sua opera. Nel 1608, in occasione delle nozze di Francesco Gonzaga con Margherita di Savoia, il duca commissiona l’Arianna su testo del Rinucci; dell’opera rimane solamente il celebre Lamento di Arianna che Monteverdi pubblicò nel 1623.
Nel 1610 cura l’edizione a sei voci del Vespro della Beata Vergine, un’opera sacra di straordinaria forza espressiva. Con la morte del duca Vincenzo Gonzaga, nel 1612, cessa anche l’incarico di corte di Monteverdi che accetta di ricoprire l’incarico di maestro di cappella alla cattedrale Veneziana di San Marco. Nel 1614 pubblica il suo Sesto Libro de Madrigali e nel 1619 il Settimo Libro de Madrigali. Nel carnevale del 1624, per il conte veneziano Girolamo Moncenigo, scrive il Combattimento di Tancredi e Clorinda. Nel 1638 esce l’Ottavo Libro dei Madrigali Guerrieri et Amorosi e nel 1640 a Venezia vede la luce la Selva morale e spirituale. Nel 1641 con il Ritorno di Ulisse in Patria e L’incoronazione di Poppea si raggiungono le più alte vette della sua produzione. Si spense il 29 novembre 1643 a Venezia.

lecco onlineLe origini

La comparsa dell’uomo sul territorio lecchese è databile 2500 A.C.; i ritrovamenti archeologici però attestano che solo in corrispondenza della città alta vi furono insediamenti, il che dimostra che la pianura su cui ora sorge il centro cittadino era ancora occupata quasi interamente dal lago. Reperti risalenti all’epoca romanica fanno supporre, data la loro esiguità, che neppure quel periodo vide fiorire insediamenti di rilevanza storica e che Lecco fu quasi certamente solo una base militare per la difesa del lago dalle incursioni dei Reti

Il nome della città

Intorno al 1000 a.C. popolazioni galliche e celtiche transitavano nel lecchese per motivi commerciali e ciò indurrebbe a pensare ad una derivazione celtica, da "Leuki", del nome "Lecco". Non si può però dimenticare che i "Leuki" in questione a quell’epoca erano insediati solo in Francia e questo non depone a favore di questa teoria. Sono altri vocaboli, di origine indoeuropea, che potrebbero avere dato il nome alla città: "locas" (campo), o "lucus" (paese)

Il Medioevo

Nell’Alto Medioevo crebbe l’importanza di Lecco come centro nodale delle vie che univano Bergamo e Como con il lungo lago, il fiume Adda e i Passi Spluga e Stelvio; a testimoniare ciò vi sono varie costruzioni fortificate risalenti a quell’epoca. Non è da dimenticare anche la rilevanza della produzione del ferro in quella zona, grazie alla presenza di miniere e alla possibilità della sua lavorazione presso il torrente Gerenzone.
La caratteristica forma urbana di Lecco è da ricercare nelle sue origini medioevali: i quartieri sono poco distanziati e specializzati (quartiere agricolo, dei pescatori, militare e commerciale) così che Lecco, nel Medioevo, non definisce un’unica entità, ma un’insieme di villaggi.
Nel XII secolo venne costituito il Comune di Lecco

Varese webDario Fo è senza dubbio il più grande uomo di teatro italiano. Nato nel 1926 a Sangiano, in provincia di Varese, studia arte e architettura a Milano all’Accademia di Brera e al Politecnico. Debutta nel 1952 come attore, iniziando contemporaneamente a scrivere e a recitare al Piccolo di Milano. Negli stessi anni affianca alla recitazione i primi lavori di critica e sceneggiatura cinematografica, collaborando con Lizzani, Parenti e Durano. Nel 1957 inizia anche il sodalizio con Franca Rame per la quale scrive e con la quale crea una compagnia teatrale. Gli spettacoli ideati, scritti e interpretati dal grande attore sono molti, fra cui vale la pena ricordare "Settimo ruba un po’ meno" (1964), "L’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000, per questo lui è il padrone" (1969), "Mistero Buffo" (1969), "Morte accidentale di un anarchico" (1970), "Dio li fa e poi li accoppa" (1984), "Il diavolo con le zinne" (1997); in questo stesso anno, egli viene insignito del premio Nobel per la letteratura.

Sondrio La frana di Tresenda

A causa delle forti piogge di quei giorni, una parte dei terreni coltivati a vigneto franarono a valle provocando 18 morti nella piccola frazione di Tresenda.

L’albero della libertà

Le vicende di Sondrio e dell’intera Valtellina sono da sempre state tumultuose e segnate da lotte e annessioni a regni diversi. Con il trattato di Teglio, siglato agli inizi del Cinquecento, la città passa sotto il governo dei Grigioni dei quali diventa un importante centro di potere, ma, ben presto, la differenza di religione tra grigioni protestanti e valtellinesi cattolici si acuisce sempre più e sfocia in una vera e propria rivolta, il cui pretesto è rappresentato dall’uccisione dell’arciprete di Sondrio, Nicola Rusca nel 1620.
L’episodio è stato definito "il sacro macello" poiché costò la vita a oltre 400 tra funzionari retici e riformatori protestanti. In quegli anni, la città assunse un governo autonomo che resisterà in carica fino al 1639, anno in cui il Trattato di Milano sancisce il ritorno della sovranità grigione sull’intera valle. Per ben oltre un secolo le cose si mantengono quasi inalterate, ma alla fine del Settecento cominciano a diffondersi in tutto il Nord Italia le idee di fratellanza, uguaglianza e, soprattutto, libertà portate dalla rivoluzione francese. Al termine di un’assemblea tenutasi nella chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, il popolo di Sondrio scende in piazza e pianta l’albero della Libertà, simbolo concreto di ribellione al potere dei grigioni. Poco dopo, la Valtellina viene annessa alla Repubblica Cisalpina ed inserita nel Dipartimento dell’Adda e dell’Oglio.

La frana della Val di Pola

Il 17 luglio del 1987 su tutta la zona della Val di Pola cadono oltre 30 centimetri di pioggia, quasi un quarto di tutta l’acqua che precipita solitamente sull’intera valle nel corso di un anno. Con il passare dei giorni, le condizioni sembrano lentamente migliorare ma il mattino del 28 luglio, un’immensa frana di quaranta milioni di metri cubi di terra e rocce si stacca dalle cime del Redasco abbattendosi da un’altezza di circa duecento metri sui comuni di Morignone, Sant’Antonio, Aquilone , Foliano e Castellaccio San Martino e ricoprendo completamente l’intero fondo della valle.
Alla fine le vittime della spaventosa catastrofe i morti furono cinquantatré e millecinquecento i senzatetto.

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