CatanzatoIl nome della città di Catanzaro non è riconducibile con certezza ad uno o più fondatori, anche perché l’incrocio delle lingue e dei dialetti, nei secoli, induce a perplessità. Certo è che la parola "Catanzaro" appare – etimologicamente – come fusione di due etimi, non lasciando pensare invece ad un unico fondatore o ad una località.

Nei documenti storici troviamo la denominazione bizantina (X° sec.) "Catafioron" (più tardi anche quella latina "Catacium" ).

Altri studiosi formulano due teorie: l’una afferma che il nome, composito nasce da due alti esponenti della milizia greca, Katà e Zaro; l’altra invece, pur richiamandosi sempre all’etimo greco della parola e poiché l’antico nome della Fiumarella era Zaro, indica con Katà (oltre) e Zaro l’insediamento sorto al di là del fiume. Trattasi ovviamente di ipotesi che comunque non dimenticano, al di là della datazione certa sulla nascita di Catanzaro, il fatto che un antico quartiere del centro storico ha il nome, ancora oggi, di Grecia".

ChietiFin dall’epoca dei primi Re, le genti abruzzesi non ebbero rapporti pacifici con Roma. Se Tarquinio Prisco dovette scontrarsi con gli Equi, le mire espansionistiche dei suoi successori furono tenacemente ostacolate dalle alleanze federative stipulate dalle genti italiche. Nel tentativo di fondare uno Stato unitario lungo la costiera adriatica, furono soprattutto i Sanniti i più irriducibili avversari dei romani. A questi inflissero pesanti sconfitte, fra cui l’umiliazione delle "Forche Caudine".

Dopo alterne vicende, gli italici furono definitivamente sottomessi al termine della guerra sociale (91-98 a.C.). Con la pacificazione e la divisione in regioni dell’Italia voluta da Augusto, l’Abruzzo e il Molise diventarono la IV regione romana con il nome di "Sabina et Samnium".

La presenza romana nel territorio di Chieti si fece ben presto sentire: fu potenziata la viabilità e furono costruiti nuovi insediamenti, mentre le città esistenti furono arricchite con terme, anfiteatri e teatri, templi ed altre importanti opere pubbliche. Una grande importanza assunse il parziale prosciugamento del Fucino con la costruzione di un emissario artificiale che, iniziato nel 41 d.C. ad opera dell’imperatore Claudio, fu inaugurato nel 52 d.C. e svolse la sua opera fino al VI secolo.

La piazza di LuccaD’origine medievale (appartenuta alle facoltose famiglie Quartigiani e Diversi), la Torre Civica di Lucca è uno dei posti più elevati da cui contemplare la città, aperta dal 1999 al pubblico dopo il laborioso restauro.

Nel 1390 fu fornita del primo orologio, su decisione del Consiglio di Lucca, costruito dall’artigiano lucchese Labruccio di Gilio Cerlotti: si trattava di un orologio senza quadrante che batteva i 24 rintocchi su una campana.

Un secolo dopo (la Torre delle Ore era diventata Torre Civica) furono aggiunte le ore evidenziate da una lancetta e nel 1746 fu deciso l’inserimento di un orologio più moderno, affidato alla realizzazione dell’insigne maestro ginevrino Louis Simon in collaborazione col lucchese Sigismondo Caturegli. Sul quadrante furono verniciati i 12 numeri romani e la lancetta fu sostituita da un’altra sagomata e con stella centrale. Anche le campane furono sostituite dal fonditore lucchese Stefano Filippi. Oggi è possibile ammirare i meccanismi dell’orologio dopo aver salito i 207 gradini che portano alla sommità della Torre Civica.

Arena di VeronaL’avvento della dominazione franca impose a Verona un nuovo ruolo; divenne la residenza preferita del nuovo re Pipino, figlio di Carlomagno e centro delle grandi assemblee nelle quali è stato ammesso pure il clero, almeno nelle maggiori dignità (vescovi e abati) accanto agli amministaratori (conti e duchi).

Il pericolo degli Avari da una parte e quello proveniente dal Nord di Widukindo, imposero a Verona una nuova fisionomia di caposaldo militare. Due importanti documenti ci raccontano la Verona di epoca carolingia; il primo, un antichissimo documento (il Versus De Verona) ricorda l’Arena, che chiama labirinto, Piazza delle Erbe, il decumano e il cardo spaziosi, lastricati di pietre. Nel foro pure quadrato erano stati eretti quattro archi, uno su ciascun lato. La città ha poi un castrum munito di forti baluardi, unito alla città da ponti che hanno le pile di pietra adagiate sul greto del fiume.

Altro riferimento è all’antica strada consolare Postumia, che rendeva la città importante dal punto di vista strategico – commerciale. Il secondo documento è la "Iconografia Rateriana", in cui vengono ricordati l’Arena Minor (Teatro romano), il Palatium del tutto simile alle porte romane della città e un solo ponte sull’Adige detto marmoreus (Ponte Pietra); vengono pure menzionati l’horreum (magazzino dell’annona), un theatrum (l’Arena) e l’orfanum (probabile opera idraulica), che successivamente divenne organum e ancora oggi legato ad un toponimo: Santa Maria in Organo.

Quello che gli autori degli antichi documenti hanno voluto tramandarci è una città sontuosa, possente, imprendibile, magnificata dalla presenza del re Pipino che vi abita e, dopo di lui, da Dio, re invisibile.

TorinoAl termine della seconda guerra punica, libera dall’assedio cartaginese, Torino strinse un’alleanza con Roma per ragioni difensive.
Il villaggio venne riedificato e gli venne atttribuita la tipica pianta degli accampamenti militari romani. Rettangolare nelle sue linee generali, verso nord est alla confluenza tra Dora e Po doveva adattarsi al percorso sinuoso dei fiumi e all’acquitrino. A nord era delimitato dalle odierne via della Consolata e via Giulio; a est dai Giardini Reali e Palazzo Madama, via Accademia, via Santa Teresa; a sud da via Cernaia e corso Siccardi. Il perimetro totale era di 2960 metri, circa 50 volte più piccolo di quello attuale.

Le mura romane erano alte 7 metri e spesse 2. C’erano 4 porte: la Porta Palatina, la Decumana (ora compresa nell’edificio di Palazzo Madama), la Porta Marmorea (tra via San Tommaso e via Santa Teresa), la Porta Pretoria (tra via Garibaldi e via della Consolata). La città era tagliata dalle 2 vie tradizionali: la decumana (attuale via Garibaldi) e il cardo maximus, che univa la Porta Marmorea e la Porta Palatina.
Le vie erano strette, ma ben lastricate e fornite di fognature, le abitazioni erano perloppiù a un piano (solo ai patrizi era consentito edificare case su più piani) e un teatro all’aperto, di cui si osservano ancora le vestigia in via XX Settembre, consentiva la rappresentazione di spettacoli per feste e celebrazioni.

Leopoldo II istituisce a Siena l’Archivio di Stato che va ad assumere il ruolo, sempre importante in una città che ha saputo difendere le proprie memorie, del glorioso Archivio delle Riformagioni. Attraverso un "motuproprio" il sovrano contribuisce all’inizio di un nuovo importante corso per il grande scrigno di memorie dei senesi, che salutano l’evento con sincera partecipazione.

L’Archivio di Stato proseguirà la propria quotidiana attività riunendo documenti di numerosi periodi storici, fonte di studiosi di ogni epoca. Uno scrigno che anche oggi offre sempre nuove verità storiche attraverso importanti ritrovamenti che fanno luce sull’evoluzione storica della cosiddetta "civiltà senese". Un Archivio di Stato aggiornato e ricco e che conserva anche la preziosa collezione delle Biccherne.

Ponte di Mezzo sull'ArnoI lungarni sulla riva destra di Pisa sono assai più animati di quelli della sponda opposta.
Si comincia a percorrerli dalla Cittadella eretta presso l’antico arsenale della repubblica, la cui Torre Guelfa, ricostruita dopo i recenti eventi bellici, fa da suggestivo sfondo ai famosi tramonti pisani. Dopo i sei capannoni costruiti alla fine del Cinquecento come Arsenale delle galee dell’ordine di Santo Stefano, si passa davanti alla chiesa di San Vito, eretta sul luogo dove il 17 giugno 1161 morì san Ranieri. Poi, dopo l’imbocco del ponte Solferino, si apre la vasta, irregolare piazza Francesco Carrara, dominata dal bel monumento a Ferdinando I de’ Medici, opera del Francavilla su modello del Giambologna (1594), qui trasferito nel 1872 dalla spalletta dell’Arno.

Sulla piazza si affaccia il retro della chiesa di San Nicola, della metà del XII secolo, la cui facciata incompiuta dà sulla via Santa Maria. L’interno, che contiene qualche pregevole opera d’arte, fu completamente trasformato nel Cinquecento, ma è ancora intatto il campanile duecentesco, di stile monastico benedettino, attribuito a Nicola Pisano dal Vasari.

PadovaIl Palazzo della Ragione è chiamato così essendo l’antico palazzo di giustizia, ma per i padovani è il Salone e merita questo nome essendo la sala superiore (metri 27,09 o 26,72 per 78,46 o 79,78 con un altezza di m 26,72) considerata la più grande sala pensile esistente.

Nella sala si trova il grande cavallo di legno, custodito sino al 1837 nel palazzo Emo Capodilista, e la "pietra del vituperio", che serviva da berlina per i debitori insolventi. Erano costretti a sedersi "in braghe di tela" (da qui il modo di dire) e dovevano pronunciare tre volte: "Cedo bonis". Nella parete meridionale, zona inferiore, è dipinta la serie degli animali: Aquila, Orso, Porco, Volpe, Lupo, Cammello: funzionando il palazzo di giustizia, vi erano ripartiti i vari tribunali, distinguibili e denominati dalla bestia effigiata.

Casatiello napoletanoNel giugno del 1815 Ferdinando IV di Borbone fece il suo rientro trionfale a Napoli dopo un decennio di dominazione francese. Ritornò dall’esilio accompagnato dalla seconda moglie Lucia Migliacco, duchessa di Floridia.

La sposa morganatica possedeva una residenza estiva sopra una collina del Vomero: Villa Floridiana (nome desunto dalla duchessa).
L’architetto Antonio Niccolini nel 1817 progettò la ristrutturazione della villa e del parco, seppe accostare con grande maestria lo stile neoclassico della villa alla sistemazione inglese del parco applicando i criteri prospettici e illusionistici proposti da William Kent per il giardino proto – romantico e orientaleggiante.

Niccolini creò effetti pittoreschi in alcune zone del parco: alternando praterie a boschetti e balze scoscese; nelle vicinanze degli edifici adottò soluzioni regolari e simmetriche concordi con il gusto neoclassico delle architetture.
Il lungo viale d’accesso fu conservato per dar risalto alla villa; mentre nell’ultimo quarto dell’ottocento venne modificato da una serie di viali curvi per aumentare l’effetto scenografico del parco.

La presenza del giardino in stile inglese spicca nelle vicinanze del tempietto ionico, nel boschetto di camelie, nel "teatrino della verzura", originale esempio di architettura del verde, circondato da una siepe di bosso.
Il parco di Villa Floridiana rimane, oggi, un documento importante per la storia del giardino: testimone di un sincretismo stilistico di motivi classici francesi, della maniera romantica inglese e del gusto del giardino all’italiana.

Finalmente la primavera è arrivata, è ora di portare i bambini (di tutte le età) a passare un sabato o una domenica all’aria aperta.

Quale migliore destinazione allora di un parco naturale o un parco di divertimento? Lasciare il grigiore dell’inverno alle spalle è il miglior modo per ricaricare le batterie e passare una giornata nel relax e nella serenità.

Ci sono parchi naturali grandi e piccoli sparsi un po’ per tutta la penisola, si va dal piccolo parco privato, un’oasi tra una città e l’altra, al grande parco nazionale (in questo secondo caso è meglio prevedere un intero week end per la visita).

Per chi invece cerca divertimento più "hard" ci sono parchi un po’ dovunque. Probabilmente è ancora presto per tuffarsi nelle piscine e negli scivoli dei parchi acquatici ma è il momento migliore per una giostra.

Qualunque sia la vostra scelta buon divertimento e buona primavera a tutti!

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